Articoli relativi a ‘ARCHITETTURA’

Boxed Architecture: spazio al negativo e spazio nascosto

h_39189_02Architettura ‘inscatolata’ in cui i confini si dissolvono giocando con i sensi

Architettura “inscatolata”, spazi che chiudono altri spazi, confini che si dissolvono giocando con i sensi. Architettura al confine, in forte contrasto tra edifici commerciali e territori coltivati: Boundary House è un’architettura al confine, un edificio che s’inserisce al margine tra due realtà – il centro urbano e la campagna – talmente diverse da influenzarne i caratteri.

Una stuttura a labirinto e lucernari disposti sul tetto: l’idea progettuale dell’Atelier Tekuto integra pienamente architettura e natura, sfumando il confine tra interno ed esterno attraverso la costruzione di uno spazio che stimola i cinque sensi e permette di godere della percezione di un’assenza di confini tra le due distinte realtà. Tutte realizzate in legno, le pareti son state trattate in modo da assumere lo stesso aspetto sia all’interno che all’esterno, rafforzando il concetto di continuità degli spazi inscatolati ed assumendo un ruolo fondamentale nella composizione.

All’interno della grande sala d’ufficio, sette scatole con un lato lasciato semi-aperto: così lo studio giapponese Nendo pensa a Spicebox, sede di un’agenzia digitale, traducendo nella progettazione degli interni il significato stesso del nome della ditta, che trova nel gesto di apertura di una scatola un vero e proprio segno di riconoscimento. Ogni scatola è “aperta” in modo differente, collegando delicatamente l’interno con l’esterno e plasmando la visuale per creare un’esperienza spaziale in cui ogni scatola si rivela camminando all’interno della stanza.

Gli ingressi creati dalle “pareti rovesciate” trasformano lo spazio attorno ad ogni scatola in un angolo in cui è possibile sia l’interazione aperta che la disposizione celata di elementi funzionali utili allo svolgimento delle attività d’ufficio. Il concept della scatola come contenitore dunque si evolve per diventare da elemento chiuso a spazio di connessione ed unificazione in un unico grande ambiente.

Fonte: ArchiPortale

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Premio internazionale di restauro architettonico «Domus Restauro e Conservazione»

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Vista la grande omogeneità qualitativa delle migliori proposte nella sezione Opere Realizzate, la Commissione, dopo un difficile, ma interessante dibattito, ha deciso all’unanimità di premiare tre diversi progetti come medaglie d’oro ex-aequo e due come medaglie d’argento.

Il premio internazionale di restauro architettonico «Domus Restauro e Conservazione» è stato realizzato con il patrocinio del Comune di Ferrara, dell’Ordine degli Architetti Pianificatori Paesaggisti e Conservatori della provincia di Ferrara e della Federazione degli Ordini degli Architetti, P.P e C. dell’Emilia Romagna.
Il premio, voluto ed ideato dall’Università degli Studi di Ferrara attraverso il dipartimento di Architettura e promosso dall’azienda Fassa Bortolo e ormai giunto alla sua quarta edizione, è stato pensato con il fine di selezionare e promuovere al grande pubblico le opere di restauro che siano riuscite a meglio interpretare i principi condivisi dalla comunità scientifica, anche ricorrendo a forme espressive contemporanee.

Questo premio vuole attestare anche la fondamentale importanza rivestita dal rapporto tra i professionisti e le imprese coinvolte nei lavori arrivando a premiare i progettisti del settore privato o pubblico e le stesse Ditte di restauro che hanno realizzato le opere.

Particolare interesse è rivolto anche nei confronti dei lavori di progettazione elaborati nell’ambito delle tesi di laurea presso le diverse Università, per i quali sono stati premiati anche i relatori. Le candidature a questa quarta edizione del Premio sono state oltre 100, provenienti per la maggior parte da paesi europei, ma anche da Sud America e Asia. Il progressivo aumento della partecipazione di concorrenti di provenienza non italiana, rispecchia un sempre più diffuso interesse verso la conservazione degli edifici storici e inoltre sottolinea l’importanza che il Premio «Domus Restauro e Conservazione» ormai ricopre nell’ambito del restauro del panorama internazionale.

La giuria, presieduta anche quest’anno dal Prof. Arch. Giovanni Carbonara, Ordinario di Restauro Architettonico e direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio all’Università la Sapienza di Roma, è stata composta dal Prof. arch. spagnolo Fernando Vegas, professore dell’Università Politecnica di Valencia, dall’arch. Francesco Scoppola, direttore Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Umbria, dal Prof. arch. Riccardo Dalla Negra, ordinario di Restauro Architettonico presso il dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Ferrara e dal Prof. arch. Marcello Balzani, direttore del Centro Diaprem (Centro dipartimentale per lo sviluppo di procedure automatiche integrate per il restauro dei monumenti) dell’Università degli Studi di Ferrara, dipartimento di Architettura, e responsabile scientifico del TekneHub laboratorio in rete del Tecnopolo di Ferrara afferente alla Rete Alta Tecnologia della Regione Emilia-Romagna.

Vista la grande omogeneità qualitativa delle migliori proposte nella sezione Opere Realizzate, la Commissione, dopo un difficile, ma interessante dibattito, ha deciso all’unanimità di premiare tre diversi progetti come medaglie d’oro ex-aequo e due come medaglie d’argento.

Le medaglie d’oro

I vincitori della medaglia d’oro sono:

-Studio Sergio Sebástian Architects, Spagna, per la valorizzazione di uno Spazio Archeologico a Daroca, Saragozza, spazio ipogeo dedicato a funzioni culturali, hall per conferenze, sale riunioni, piccolo museo
-Arch. Leonardo Angelini per il restauro del Torchio e del Mulino di Baresi, Bergamo, che si dimostra come un intervento che ha avuto un forte impatto sociale che lo qualifica per la potenzialità di offrire spunti all’identificazione col patrimonio locale;
-Arch. Patrizia Valle per il restauro delle Mura di Cittadella, Padova, un’opera di restauro volta al recupero degli elementi significativi delle mura urbane nella loro attuale consistenza materica e valorizzata da due interventi «reintegrativi».

Le medaglie d’argento

I vincitori della medaglia d’argento sono:

-Studio Koko Architects per il recupero del porto per idrovolanti di Talllin, in pochi mesi il museo più visitato dell’Estonia, un intervento che si inserisce in un quadro di grande attenzione al restauro in tutta la città, nelle sue diverse parti e differenti epoche
-Jansana, De La Villa, De Paauw, Arquitectes + Aaup Jordi Romero i Associats volto al recupero delle Batterie antiaeree di Turó de la Rovira, Barcellona, un progetto che si qualifica anche e non secondariamente per la sua rarità e originalità anche sotto il profilo della tutela del «patrimonio immateriale».

Menzioni speciali

Nella stessa sezione «Opere Realizzate» la giuria ha inoltre ritenuto opportuno segnalare come menzioni speciali sei diverse opere: quattro provenienti dall’Italia, una dalla Svizzera e una dall’India.
Tra questi sei contributi molto interessante è la proposta dell’arch. Carlo Blasi per il restauro della Cittadella di Damasco, in Siria, un intervento sostanzialmente aggiuntivo ed eterogeneo rispetto alla struttura architettonica e urbanistica sulla quale si interviene.
Un’opera che testimonia una padronanza del progetto è quella dell’arch. Michele Bondanelli nel suo progetto di restauro della Chiesa di San Zeno ad Argenta, Ferrara.
L’arch. Andrea Oliva si segnala come menzione speciale per la riqualificazione e il riuso di un capannone per il Tecnopolo di Reggio Emilia, un intervento che ha avuto il merito di affrontare temi dai quali non si ricava particolare notorietà, ma che sono temi sui quali investire attenzioni.
Per quanto riguarda la menzione andata al progetto dell’Albergo Raas di Jodhpur (degli Studi Lotus + Praxis), nello stato indiano del Rajasthan, occorre dire che l’occasione del restauro e riadattamento di un complesso di valore storico, si è trasformata in un’esperienza di progettazione partecipata in maniera pluridisciplinare, aperta ad un intelligente recupero e reinterpretazione delle tecniche tradizionali dalla pietra, ai metalli, al legno.
Il progetto di ristrutturazione del Monastero di Santa Maria dei progettisti svizzeri Durisch + Nolli Architects si distingue invece per l’attenzione al trattamento delle superfici esterne, per il rispetto della volumetria storica e, di conseguenza, per la qualità del rapporto col paesaggio.
Una ulteriore menzione speciale è stata assegnata all’arch. Roberto Castellani per il restauro del Museo di storia naturale di Siena, un’opera che si segnala per la delicatezza e l’eleganza delle relative soluzioni architettoniche, curate fino nei minimi dettagli.

Progetti elaborati come tesi di laurea

Nella sezione «Progetti elaborati come tesi di laurea» la medaglia d’oro va invece a Vincenzo Fresta dell’Università degli Studi di Pisa, facoltà di Ingegneria, (relatori prof. Pietro Ruschi, prof.ssa Ewa J. Karwacka, prof. Marco Giorgio Bevilacqua) per la proposta di restauro, recupero e valorizzazione del complesso di San Silvestro, Pisa.
In questa sezione come medaglie d’argento i pari merito sono stati ben sei provenienti da diverse università italiane (Catania, Roma Tre, Iuav, Politecnico di Bari) ma anche dal Brasile e dal Portogallo, evidenziando come il Premio Domus sia ormai ben conosciuto anche all’estero.

Fonte: Edilizia News

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Riqualificare gli edifici per una ripresa economica del Paese

 

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Architetti e sindacati edili firmano protocollo

Riaprire i cantieri della riqualificazione del patrimonio edilizio e delle città è la strada prioritaria per tornare a creare lavoro, agganciare la ripresa e dare risposta ai problemi delle famiglie, sfruttando le opportunità dalle risorse previste dalla programmazione europea 2014-2020 proprio per l’efficienza energetica e le aree urbane. La pensano così gli architetti italiani – con l’Ordine di Roma e il Consiglio Nazionale – e le organizzazioni sindacali Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil che hanno firmato oggi a Roma il Protocollo d’Intesa sulla promozione della cultura del progetto sostenibile e dell’efficienza energetica, per la valorizzazione delle professioni e dei lavori green.

Il Protocollo prevede, inoltre, la realizzazione di progetti di formazione e di divulgazione dei criteri di efficienza e contenimento energetico per il patrimonio edilizio pubblico e privato e per la riqualificazione, la rigenerazione, la valorizzazione e l’ efficientamento energetico delle trasformazioni urbane e la riqualificazione statica e strutturale del patrimonio edilizio esistente. Investire nella rigenerazione urbana sostenibile e nelle città – che da oltre venti anni sono state private di interventi di valorizzazione rappresenta per Feneal Uil, Filca Cisl, Fillea Cgil “una opportunità di promozione e di rinnovamento delle modalità di produzione, di crescita di lavoro qualificato ed innovativo anche per contribuire al riposizionamento dei professionisti, dei lavoratori e delle imprese italiane nello scenario economico nazionale, europeo ed internazionale”.

Per gli architetti italiani “le politiche di rigenerazione urbana sostenibile sono un’irripetibile ed improrogabile occasione per stimolare concretamente la riqualificazione architettonica, ambientale, energetica e sociale delle città italiane che può essere realizzata attraverso la trasformazione delle città ed il risparmio energetico”. Tra le finalità del Protocollo anche quelle di predisporre percorsi formativi e di alta specializzazione per i professionisti e i lavoratori del settore e di riconversione professionale e di promuovere presso le Amministrazioni comunali l’adozione di regolamenti edilizi sostenibili, nonché presso gli enti territoriali l’adozione di strumenti di programmazione territoriale e finanziaria e di pianificazione sostenibile.

Nel Protocollo viene anche indicato l’obiettivo di promuovere la diffusione e l’utilizzo di materiali ecocompatibili coniugati all’innovazione tecnologica nella progettazione ed esecuzione degli edifici il tutto per migliorare la qualità ambientale dei contesti territoriali e urbani oltre che l’impiego efficace ed efficiente delle risorse e delle conoscenze per la promozione, la diffusione della cultura del progetto sostenibile. Viene anche richiamato l’impegno – nell’ambito dei rispettivi obiettivi istituzionali – verso il recupero, la riqualificazione statica e strutturale del patrimonio edilizio pubblico e privato esistente, la valorizzazione immobiliare attraverso il risparmio e l’efficienza energetica, massimizzando gli effetti positivi sull’ambiente.

Fonte: ANSA

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Renzo Piano Building Workshop: “Pezzo Per Pezzo”

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Apre domani a Padova la mostra dedicata ai 30 anni di attività del RPBW.

Domani il Palazzo della Ragione di Padova apre i battenti per una retrospettiva dedicata alla carriera trentennale del Renzo Piano Building Workshop. La mostra Renzo Piano Building Workshop – Pezzo per pezzo racconterà l’attività dello studio del senatore a vita con una carrellata di schizzi, disegni, fotografie, modelli, brevi testi e video provenienti dagli archivi del RPBW e della Fondazione Renzo Piano.

La cerimonia d’apertura della rassegna sarà preceduta da una lectio magistralis tenuta dall’architetto genovese alle ore 15.30, presso l’Aula Magna Galileo Galilei dell’Università di Padova, durante la quale Piano darà alcune anticipazioni sulla mostra.

La mostra, visitabile fino al 15 luglio, s’inserisce nell’ambito della sesta edizione della Biennale Internazionale di Architettura “Barbara Cappochin” ed è stata realizzata grazie ai contributi della Fondazione Renzo Piano, del Renzo Piano Building Workshop, della Fondazione Barbara Cappochin e della Fondazione Stavros Niarchos.

Il Renzo Piano Building Workshop è fondato nel 1981. Oggi conta 150 collaboratori tra le sedi di Parigi, Genova e New York. L’opera di Renzo Piano é stata insignita di molti riconoscimenti tra cui la “Royal Gold Medal” per l’architettura, il RIBA nel 1989, il “Praemium Imperiale” a Tokyo nel 1995, “Erasmus Prize” ad Amsterdam in Olanda sempre nel 1995, il “Pritzker Architecture Prize” nel 1998, il “Leone d’Oro alla Carriera” a Venezia nel 2000, l’AIA Gold Medal dell’American Institute of Architect nel 2008 e la President’s Medal of Architectural League nel 2013.

Fonte: ArchiPortale

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Architecture&Beyond: il rapporto tra architettura e arti visive

 

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L’architettura come chiave di lettura originale in un gioco di sconfinamenti creativi.

Spunti di riflessione sulla disciplina e il dibattito architettonico possono inaspettatamente arrivare da territori altri, seppure affini – come il fumetto, l’illustrazione, il cinema – così come, in un gioco di sconfinamenti creativi, l’architettura può diventare per queste arti una chiave di lettura originale.

Asterios Polyp è il titolo del pluripremiato graphic novel dell’autore newyorkese David Mazzucchelli. Il fumetto narra la storia di Asterios, un architetto cinquantenne in piena crisi dopo l’abbandono della moglie, costretto da un evento catastrofico e apparentemente casuale a lasciare la sua casa e intraprendere un percorso di ‘rinascita’.

A partire dalla professione del protagonista e dalle sue ‘geometriche’ fattezze, l’architettura ha un ruolo portante e funzionale allo svolgimento della storia. Asterios è l’ampolloso titolare di una cattedra di progettazione, autore di saggi quali ‘Il Modernismo dal volto umano’ e deve la sua fama a progetti mai realizzati. Quando Asterios si parla addosso assume le fattezze di un manichino che sembra uscito dai disegni del Bauhaus e le sue elucubrazioni teoriche diventano la metafora della sua incapacità di misurarsi con la vita reale.

Il lettering, il tratteggio, le continue citazioni architettoniche – dal classicismo a Le Corbusier – l’impaginazione, le forme acute della sovra copertina sono tutti elementi perfettamente integrati al racconto che fanno di Asterios Polyp un complesso ecosistema grafico e un mirabolante esempio di ‘design narrativo’.

Un architetto e un film-maker sono gli ideatori di Interiors Journal, un magazine online che analizza il ruolo dell’architettura nel cinema. Ogni mese il numero della rivista rilegge un film (da 2001 Odissea nello Spazio a Drive) dal punto di vista dello spazio architettonico, rielaborandone planimetricamente le scene principali.

Questo espediente visivo permette di evidenziare come lo spazio fisico e l’architettura influenzano la narrazione e i gesti dei protagonisti. Le piante, infatti – restituite in bianco e nero e dallo stile pulito e minimalista – includono anche un elemento temporale rappresentato dalla traccia dei movimenti degli attori a sottolineare l’importanza di particolari angoli o zone nello svolgimento dell’azione.

Archicine è il nome del progetto dell’architetto/illustratore Federico Babina. Una serie di illustrazioni che raffigurano le architetture-set di alcuni capolavori del cinema a cui l’autore dà dignità di protagoniste riportandole su un’immaginaria locandina.

Dall’edificio ‘ricostruito’ di Una finestra sul cortile alla Lovell House di Richard Neutra (nel film LA Confidential), dalla casa ‘disegnata’ de Gli Incredibili alla Villa Malaparte di Adalberto Libera (nel film Il disprezzo), l’architettura – che sia immaginata o reale – non è meramente uno sfondo ma un’interprete a tutti gli effetti.

Fonte: Blink – www.blinkproject.it
Pubblicato da: Archiportale

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Ristrutturazione della biblioteca Hertziana a Roma: uno degli interventi più interessanti attuati in Italia.

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La ristrutturazione della Bibliotheca Hertziana di Roma è uno degli interventi più interessanti che siano stati attuati sul territorio nazionale. L’esecuzione delle opere è stata seguita dallo studio Da Gai Architetti con la supervisione di Juan Navarro Baldeweg.

Gli aspetti che rendono particolarmente interessante l’intervento di risrutturazione  della biblioteca Haertziana a Roma, posso essere individuati nella particolare localizzazione nei pressi di Trinità dei Monti, la vittoria del concorso di progettazione da parte di Juan Navarro Baldeweg, le soluzioni architettoniche  le difficoltà riscontrate in fase di realizzazione e le soluzioni messe a punto per la risoluzione di tali problematiche.
L’istituto di ricerca, uno dei più prestigiosi della storia dell’arte italiana, fondato nel 1912 da Henriette Hertz, che donò sia il palazzo Zuccari che il patrimonio librario posseduto al Kaiser Wilheim Gesellschaft, ente tedesco di promozione della scienza (confluito dal 1948 nella fondazione Max-Planck Gesellschaft), occupa un lotto di forma trapezoidale tra via Sistina e via Gregoriana, sul quale insistono il Palazzo Zuccari, l’edificio della biblioteca e il Palazzo Stroganoff (sede della fototeca).
La biblioteca esistente, costruita nel 1962 sull’area dell’originario giardino del Palazzo Zuccari, a murare il celebre portale detto del «Mascherone», non era più in grado di accogliere l’imponente consistenza del patrimonio librario (oltre trecentomila volumi in costante accrescimento di circa cinquemila volumi l’anno) e non era adeguata alle vigenti disposizioni normative in ambito di sicurezza e di antincendio.
L’istituto Max-Planck ha deciso allora di investire sulla rifunzionalizzazione della biblioteca, bandendo un concorso internazionale di progettazione che prevedeva la demolizione della struttura esistente e la ricostruzione degli spazi necessari.
Il concorso fu aggiudicato all’architetto madrileno Juan Navarro Baldeweg, con un progetto fortemente caratterizzato da un cortile centrale a cielo aperto su cui si affacciano, per mezzo di ballatoi degradanti, le aree di consultazione.
Il cortile è chiuso su tre lati da una vetrata in cristallo strutturale a tutta altezza e sull’altro da un muro inclinato in mattoni faccia a vista. Oltre al ripristino dell’ingresso scenografico del «Mascherone», il progetto prevedeva diversi piani organizzati secondo una distribuzione regolare con le librerie collocate nella zona verso via Sistina e le zone di lettura nella metà corrispondente a via Gregoriana, oltre a una sala lettura con terrazza al piano superiore.

Sia i parapetti dei ballatoi che il muro inclinato in mattoni sono caratterizzati da un trattamento superficiale (una scialbatura bianca di calce) che permette una riflessione maggiore della luce entrante, non nascondendo la texture irregolare dei paramenti.
La riflessione della luce non è però accecante, in quanto la tipica conformazione dei mattoni in laterizio ne permette il parziale assorbimento e la graduale reimmissione nell’aria. Proprio la luce, al pari del laterizio, del travertino e del legno di acero, è protagonista indiscussa del progetto (Baldeweg usava ripetere «luz es materia»).
Le fasi di progettazione esecutiva della vetrata, infatti, sono state condotte con l’obiettivo di garantire la massima trasparenza del vetro, compatibilmente con le necessità statiche, climatiche e di illuminazione naturale. Sono state studiate le traiettorie del sole nelle diverse ore del giorno e nei diversi periodi dell’anno, in modo da avere un quadro completo di tutta la gamma delle incidenze dei raggi solari sulla vetrata.
La fase di ricerca sulla comprensione degli effetti della luce all’interno dell’edificio ha portato a definire scelte differenziate in base alla posizione delle lastre vetrate.
L’esecuzione delle opere è stata seguita dallo studio Da Gai Architetti con la supervisione di Juan Navarro Baldeweg.
Gli imprevisti e le difficoltà riscontrate in fase esecutiva hanno condizionato fortemente la realizzazione dell’opera e gli oltre 10 anni necessari per giungere all’inaugurazione dell’edificio ne sono una dimostrazione.La problematica maggiore era dovuta ai ritrovamenti, nel sottosuolo dell’area su cui insiste la nuova biblioteca, dei resti di una villa romana caratterizzata da mosaici parietali policromi, nicchie e strutture affrescate e una grande esedra in muratura con pavimentazione in pezzi di marmi di recupero.
Lo schema costitutivo messo a punto per la nuova biblioteca ha permesso di liberare il sottosuolo dell’edificio (solitamente occupato dalle fondazioni) per consentire l’uso e la fruizione del patrimonio archeologico: la biblioteca, infatti, non è dotata di fondazioni «canoniche», ma si appoggia su un «piano-trave» sorretto da un doppio allineamento di micropali realizzati in aderenza alle fondazioni delle facciate (in una zona già compromessa da interventi strutturali).
Il piano-trave è composto da due solette armate fra cui sono interposti setti in cemento armato precompresso e si appoggia su una serie di apparecchi idraulici regolabili; all’interno di esso si trovano alcuni depositi per i libri e al di sotto è in via di realizzazione un ballatoio sospeso di affaccio a diretto contatto con la vasta area archeologica rinvenuta.
 

Chi ha fatto Cosa

Oggetto: ristrutturazione della Bibliotheca Hertziana – Max Planck Insitut für Kunstgeschichte
Località: via Gregoriana, n. 28, Roma
Committente: Max Planck Gesellschaft zur Foerderung der Wissenschaften e. V. München (Rep. Fed. Germania)
Progetto architettonico: arch. Juan Navarro Baldeweg, Studio Da Gai Architetti
Collaboratori: arch. Elena Parducci, arch. Orante Paris, per. ind.le Corrado Becucci, per. ind.le Franz Steiner, Franco Rasori, arch. Veronica Scortecci, Andrea Viganò, arch. Fernando Pino, arch. Elena Barroso (N. Baldeweg Asociados)
Progetto strutturale: Tekno In (prof. ing. Alberto Parducci, ing. Alfredo Marimpietri, ing. Sergio Olivero, ing. Marco Mezzi)
Progetto impianti meccanici: Tecnisches Büro – Franz Steiner (Egna – Bz), ing. Jaeger, Mornhinweg + Partner (Stuttgart)
Impresa di costruzione: Consorzio Cooperative Costruzioni – Cdc Cooperative di Costruzioni (Modena)
Cronologia: 1995-2003-2012; superficie 2.150 m2
Costo complessivo: euro 20.000.000
Fotografie: Orante Paris.

Autore: Claudio Piferi
PhD, Dipartimento di Architettura, Università degli Studi di Firenze.
Fonte: Edilizia news

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Il Vitra Campus Di Weil-am-Rhein

Nato alla fine degli anni ‘80, in seguito all’incendio dei cantieri dell’azienda omonima, il Campus Vitra rappresenta un caso più unico che raro di connubio tra il mondo dell’architettura e quello dell’industrial design. Il progetto venne in mente all’amministratore, lo svizzero Rolf Fehlbaum che, dopo il disastroso incidente, cerco un modo per affermare la corporate identity della ditta attraverso due operazioni contemporanee.

Da un lato una collezione delle cento sedute che hanno fatto la storia del design del ‘900. Dall’altro, una ‘collezione’ architettonica con gli edifici del Campus commissionati a vari architetti con la supervisione di Nicholas Grimshaw: un museo di Frank Gehry, un centro congressi di Tadao Ando, una stazione dei vigili del fuoco di Zaha Hadid, una fabbrica di Álvaro Siza.

Lo straniamento -voluto- è completo. Lavori distanti tra loro, che generano uno spaesamento fortissimo eppure con dei tratti riconducibili. L’arte funzionale in un contesto industriale niente affatto omogeneo che però, svela il valore altissimo del design e dell’architettura applicate ai bisogni e le esigenze della contemporaneità.

Torniamo a parlarvi della Vitra perché, se la collezione di sedie -l’oggetto che viene principalmente prodotto da Vitra– viene arricchita costantemente, diverso è l’approccio (per ovvie ragioni logistiche ed economiche) alle strutture. Progetti stilati negli anni ‘50, ad esempio, hanno visto la luce e la fine dei lavori solo nello scorso decennio. La buona notizia è ch nel marzo prossimo, gran parte del Campus e la VitraHaus saranno aperti al pubblico.

fonte: designerblog.it

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L’Architettura Invincibile

LA CULTURA DELL’ARCHITETTURA PRIMA E DOPO IL COMPUTER

banner2Da troppo tempo la cultura architettonica sembra essersi imprigionata tra una confusa accumulazione di linguaggi (formali) e lo star – system. I “media” preposti alla diffusione critica – le riviste “specializzate” – sono diretti a tempo indeterminato da architetti-imprenditori interessati a diffondere acriticamente i loro patrocinati, senza alcuna palese motivazione di prospettare ai lettori spaccati critici e culturali più responsabili e didatticamente (e professionalmente) efficaci, con metodica comparativa.

L’architettura, dimenticato il suo “statuto vitruviano”, è divenuta “macroscultura” e persino semplice “gestualità”, resa perfettamente indifferente alle attività da ospitare.

La ricerca disperata di visibilità ha ormai intossicato i più giovani, diventati impazienti persino al più umile e necessario tirocinio. Sembra essere scomparsa l’umiltà paziente dell’apprendimento e dell’apprendistato. Siamo insomma in una stagione ove ogni “ratio” disciplinare è vista con insofferenza.

Tramite il Corso “L’Architettura Invincibile” si ha  l’ambizione di tornare a far riflettere chi è preposto a immaginare e a tradurre concretamente l’architettura, affidandone le sollecitazioni (le conversazioni) a Docentiche si siano distinti per la loro elaborazione critica di intellettuali ancor prima che come operatori.

Il corso, fatte queste premesse, intende (ri)scoprire quelle che sono le motivazioni emozionali alla base della progettazione architettonica intesa come sintesi mirabile fra capacità intellettuale e intuizioni tecniche.

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Think Town Terni: primo Festival dell’Architettura in Umbria

Mercoledì 22 settembre si apre Think Town Terni, primo festival dell’architettura in Umbria.
La kermesse, in programma fino al 2 ottobre prossimo, farà di Terni un laboratorio architettonico potenziale, mettendone in campo la peculiarità di essere una città di media dimensione, legata intimamente allo sviluppo della grande industria e al contemporaneo emergere di nuovi modi di vivere la vita e lo spazio abitato.
Terni città in trasformazione, città umbra dell’architettura moderna, città laboratorio del pensiero architettonico contemporaneo: con questo slogan, il festival Think Town Terni, vuole creare l’opportunità di un confronto, la creazione di una rete di scambio di conoscenze ed esperienze, vuole promuovere la partecipazione nella riconfigurazione della città, sollecitare gli animi e le menti di quanti amano l’architettura o più semplicemente si limitano a viverla. Un festival per chi pensa e realizza le città; un festival per chi, quelle stesse città, le ama e le vive.
Think Town Terni, è un’iniziativa promossa dall’associazione GATR – Giovani Architetti Terni. Costituita nel settembre del 2009, l’associazione si dedica alla promozione della qualità architettonica e alla sensibilizzazione verso i temi dello sviluppo del territorio. GATR racchiude al suo interno professionisti del settore, studenti e privati cittadini.
Nel 2009 l’associazione è entrata a far parte del circuito nazionale del GiARCH – coordinamento nazionale dei giovani architetti italiani. Forte della rete nazionale di cui fa parte, GATR con il lancio di Think Town Terni, vuole creare un forum nazionale dei giovani architetti, un appuntamento annuale di scambio e di riflessione su questioni architettoniche e problematiche professionali.
Il festival si articola in tre sezioni contenenti azioni, incontri e interventi distribuiti sul territorio urbano, che rispondono all’esigenza di rendere visibile alla città una riflessione maturata durante l’arco dell’anno e che si condensa in questi dieci giorni.
T1hink, il contenitore delle lezioni aperte e degli incontri con il pubblico.
Tra gli ospiti: gli architetti olandesi, in collaborazione con l’Ambasciata dei Paesi Bassi; Karim Rashid, designer; arch. Luigi Bandini Buti, del Politecnico di Milano che parlerà di design for all; arch. Mario Bisson, esperto in materia di colore applicato alla città ed al design; arch. Gisella Gellini, professionista esperta della luce ed in particolare di light art e light design alla città.
T2own, la sezione degli interventi temporanei
La città si arricchisce di: scenografie urbane site specific, progettate da giovani architetti per ripensare alcuni luoghi della città e riscoprire le potenzialità immaginifiche dell’architettura effimera; incursioni urbane di artisti realizzate in collaborazione con il festival internazionale della creazione contemporanea ES.TERNI.
T3erni, dedicato alla città

Una mostra, Terni guarda il cielo, un’esposizione multidisciplinare che affronta il tema dello sviluppo in altezza che contraddistingue l’evoluzione delle città contemporanee; la promozione di concorsi di idee; gli interventi urbani, i workshop con gli abitanti, gli incontri e i dibattiti del progetto Città Giardino Quartiere Creativo.
La città sarà inoltre abitata e animata da altre azioni, interventi, installazioni dal carattere ludico e divulgativo. Passeggiate urbane saranno condotte dagli architetti del collettivo Stalker, mentre Beyond Media e Marco Brizzi cureranno la sessione filmica sul video d’architettura.
Gli eventi coinvolgeranno l’intera città insistendo in particolare nel quartiere Città Giardino e lo spazio del CAOS Centro Arti Opificio Siri. La mostra sarà visitabile a partire dal 22 settembre, giorno in cui sarà inaugurata e rimarrà a Palazzo Primavera fino al 31 ottobre.

Fonte: Archiportale

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Usa: architettura al mercato, solo 5 centesimi

Che la crisi colpisca tutti i settori lo potevamo immaginare, ma i diversi modi che si possono inventare per superarla, sono indubbiamente quanto mai originali. Il Signor John Morefield, giovane architetto statunitense, è uno dei migliaia progettisti disoccupati che si stanno reinventando a causa del licenziamento. L’implosione del mercato immobiliare ha gettato migliaia di architetti e designer nella disperazione, costringendoli a cercare o inventare nuovi posti di lavoro. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Lavoro, l’occupazione degli studi di architettura americana ha avuto un decremento dai 224.500 del luglio scorso ai 184.600 di novembre. Per rispondere a questo quadro abbastanza tragico nasce l’idea del signor Morefield di aprire un banchetto all’Old Ballard di Seattle per vendere “architettura al mercato” e quindi a bassissimo costo: solo 5 centesimi. I passanti, inizialmente scettici, hanno poi iniziato a fermarsi ed utilizzare questo comodo servizio offerto da John per la soluzione e consulenza di piccoli problemi di architettura come sopraelevazioni o modifiche di interni. Il costo di 5 centesimi si riferisce al consiglio iniziale che viene fornito su progetti di interni; si paga realmente una volta che il cliente ha accettato il progetto. L’idea, diffusa tramite il suo sito internet, si è rivelata molto fruttuosa,  tanto da far registrare a Morefild il suo reddito più alto sino ad ora.

Fonte: ViaggidiArchitettura

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Inaugurata la Guangzhou Opera House di Zaha Hadid

Ha aperto ufficialmente i battenti venerdi scorso la Guangzhou Opera House dell’architetto anglo-irachena Zaha Hadid. L’inaugurazione era in programma per il 2010, in occasione dei Giochi Asiatici tenutisi dal 12 al 27 novembre, ma i danni derivanti dall’incendio divampato nel cantiere nel maggio 2009 hanno posticipato l’apertura al pubblico al 25 fabbraio.
Il complesso si articola su due volumi differenti per un totale di 70mila metri quadrati. Il primo corpo ospita il Gran Teatro, dotato di 1800 posti a sedere, il secondo edificio, di dimensioni inferiori, è invece sede di un auditorium polifunzionale da 400 posti. La struttura è stata ribattezzata “il progetto dei due sassi” poiché i due corpi sono caratterizzati da una forma irregolare e arrotondata, ispirata alla forma dei ciottoli di fiume. Il complesso è dotato di caffetteria, bar e varie aree ricreative.
Come un sasso di fiume levigato dallo scorrere dell’acqua, la Guangzhou Opera House si trova in perfetta armonia con il paesaggio fluviale circostante. La sua forma esalta la relazione tra città e riverfront. Inoltre la struttura crea comunicazione tra gli edifici culturali adiacenti e le torri della finanza internazionale nel nuovo distretto di Zhujiang, spiegano da Zaha Hadid Architects. Il progetto è stato sviluppato partendo dallo studio del paesaggio naturale circostante, dall’affascinante interazione tra architettura e natura, dai principi di erosione, geologia e topografia. Linee avvolgenti definiscono spazi e zone all’interno del Teatro dell’Opera, creando accattivanti percorsi interni ed esterni all’edificio, che ricordano i canyon creati dalla potenza fluviale nelle valli locali. Inoltre questi itinerari permettono alla luce naturale di giungere fino alle funzioni più remote dell’edificio. La complessità del paesaggio circostante è ‘omaggiata’ anche attraverso l’insieme di transizioni uniformi tra elementi architettonici eterogenei, alcuni dei quali in gesso modellato e rinforzato con fibra di vetro.

Fonte: ArchiPortale

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Giappone: ecco perché gli edifici hanno retto così bene

E’ stata la più violenta scossa sismica registrata in Giappone e la 7° di tutta la storia quella che stamattina ha fatto tremare l’estremo oriente. Una scossa epocale di 8,9 gradi della scala Richter equivalente a 12 gradi della scala Mercalli, ma anche ad una bomba TNT di 20 miliardi di tonnellate che ha anche provocato uno tsunami nel porto di Sendai con onde alte 10 metri e migliaia di morti per annegamento. Calcolando questo, tsunami ed esplosioni a parte, però, il Giappone zona altamente sismica e “abituata” ai terremoti, ha tutto sommato retto, limitando di molto i danni e le vittime grazie alla sua proverbiale tradizione anti-sismica dovuta alla frequenza dei terremoti in quest’area. Tanto per interderci il terremoto che ha distrutto l’Aquila era di 5,8 gradi della scala Richter, 3,1 in meno di quello che ha colpito oggi il Giappone, non altrettanto minori sono stati i danni subiti dalla città abruzzese.
Perché? Qual è il segreto degli edifici giapponesi che sono per la maggior parte rimasti indenni anche da scosse di tale potenza? Questo risiede prima di tutto nei materiali impiegati per costruire gli edifici, che, comunque, sono tutti molto recenti e costruiti con criteri d’avanguardia. Particolare attenzione viene impiegata, ad esempio nel monitorare costantemente il rapporto cemento e ferro utilizzati. Inoltre la tecnologia antisismica nel Sol Levante è all’avanguardia come ad esempio quella degli isolatori sisimici che vengono posti tra le fondamenta e l’edificio a mo di “pattini” che permetterebbero agli edifici di resistere alle oscillazioni in quanto evitano di trasferire energia dal terreno alla costruzione. La regolarità in pianta e in elevazione degli edifici poi permette loro di resistere maggiormente ai terremoti in quanto, ad esempio un edificio a pianta quadrata risulta molto più sicuro di uno a pianta irregolare. L’altezza poi non rappresenta un fattore di rischio di per sé – non a caso in Giappone ci sono tutti grattacieli- ma è importante la regolarità delle “masse in altezza”. Un ulteriore elemento capace di fare la differenza in questi casi è la qualità del terreno che si differenzia molto tra le varie zone nella capacità di amplificare le onde sismiche e, dunque, a parità di scossa e di edifici, far variare i danni. Nell’edilizia giapponese convinono tutti questi elementi che sarebbe difficile riportare in blocco qui da noi dove le zone archeologiche e la presenza di numerosi edifici antichi rende obbligatorio un piano antisismico ad hoc.

Fonte: Greenme

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Andalucia: la casa di McLean Quinlan Architects

McLean Quinlan Architects per la progettazione di questa villa privata in Andalucia ha voluto creare un edificio che sfruttasse lo spettacolare paesaggio circostante e lasciasse un segno nel XXI secolo. Il sito ha una posizione panoramica con esposizione verso sud-ovest e una splendida vista verso il Mediterraneo, la Rocca di Gibilterra e la Serranía de Ronda.
L’edificio ha sette camere da letto per la famiglia e i suoi ospiti dislocate in tre “padiglioni” collegati tra loro da specchi d’acqua, giardini e terrazze in pietra.  Il paesaggio è stato fondamentale nel concept del progetto per la sua spettacolarità e la combinazione di influenze visive e solari insite nel paesaggio che creano un orientamento naturale per la costruzione e una serie di superfici parallele su un asse NE-SW.
Questi layer hanno definito sia ombra che lo spazio da cui godere della luce del sole andaluso, offrendo scorci affascinanti e plasmando tranquilli spazi per gli abitanti. L’effetto dell’ombra e dell’acqua, sul modello del giardino islamico, ha avuto sia un effetto pratico sia metaforico nella progettazione di tutto l’edificio, contribuendo a temperare il microclima e costituendo un delicato riferimento al contesto storico.

Fonte: ArchiPortale

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Benvenuti nel Contentainer: il policlinico riciclato dove si fa cultura

«È un tentativo di colmare gli effetti di un divario sociale sempre più evidente in Indonesia. La popolazione cresce e si allarga contemporaneamente la fascia di emarginazione. Troppe persone non hanno accesso ai servizi sociali essenziali». Così gli architetti dello studio Dpavilion di Surabaya spiegano il progetto Social Contentainer.
Si tratta di un policlinico gratuito con servizi sanitari di base e un centro ricreativo per l’emancipazione culturale della popolazione, con una biblioteca e i computer collegati a Internet. Il nome nasce dalla contrazione delle parole container+entertainer perché, continuano gli architetti, «in un paese come questo i ragazzi non trovano molte possibilità per un sano intrattenimento, c’è un gran bisogno anche di questo». La scelta di usare container nasce dalla volontà di riciclare materiale usato in via di smaltimento, l’idea di incastrarli in una struttura complessa e colorata è frutto nella necessità di renderlo visibile da ogni punto di Batu, il villaggio nella zona est di Java che lo ospita.
Ma l’impiego alternativo di container in Indonesia è anche una metafora: in un paese che vive di esportazioni a costi bassissimi, dove poco o niente è prodotto al livello locale per la crescita locale, i container simboleggiano l’elemento che contiene le merci che vanno e vengono per arricchire altre zone del mondo. Usarli come pezzi di un’architettura di servizio è fortemente significativo anche per un altro motivo: convertire un contenitore mobile di merci a contenitore di essere umani statico, è un atto simbolico di cambiamento. «Contentainer riflette una rapida evoluzione culturale, pensiamo sia possibile costruire spazi liberi, aperti, cosmopoliti», concludono gli architetti.
In una considerazione più ampia sul ruolo e il significato dell’architettura contemporanea Contentainer è un piccolo progetto che si pone come un esempio di un’idea realizzata che non si cura delle dicotomie bello-brutto, giusto-sbagliato, iconico-anonimo. È un felice esempio di architettura unica e contestuale, genius loci del nuovo millennio. Il loro manifesto è: “Kere bisa hore” che in indonesiano significa “anche un mendicante può”.

Fonte: Luxury24

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Il cubo di Taipei: l’architettura della spirale

Il contenitore è un cubo, 57 metri di lato. Lo spazio interno è una suggestiva spirale che da terra porta fino al tetto con un percorso pedonale che “sfonda” le pareti offrendo scorci scenografici in una scalinata infinita. Una struttura complessa che però si articola come un corpo unico, con linee sinuose e armoniche, grazie alla serie di lamelle che lo compongono e che plasmano lo spazio attraverso la replica di curve convesse.
E’, o meglio, sarà il Tek Center di Taipei, centro polifunzionale di prossima costruzione della Taiwan Land Development Corporation, società specializzata nella valorizzazione, recupero e sviluppo di aree industriali e residenziali. Il progetto è stato realizzato dallo studio danese Bjarke Ingels Group e coordinato dall’architetto Cat Huang. Il Tek ospiterà al suo interno un hotel, negozi, uffici showroom e un auditorium.

Fonte: LaRepubblica

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Los Angeles: Missoni cambia “facciata”

L’haute couture italiana del marchio Missoni arriva nel cuore commerciale di Los Angeles, a Beverley Hills, con una boutique monomarca da 700 metri quadri progettata da Kinmonth Monfreda, Space Architects e Marzorati Ronchetti.
L’ossatura dell’edificio è realizzata in vetro, acciaio e cemento. La pelle esterna, interamente progettata da Marzorati Ronchetti e costruita a Cantù è invece rivestita da 78 fasce di alluminio lavorate a intreccio, per un totale di 3900 metri di lunghezza e 11 tonnellate di peso. Spessi 8 mm, i piatti metallici, verniciati a polvere bianca opaca, curvati ad imitazione delle piegature della stoffa su un telaio, avvolgono, procedendo in senso orizzontale, il volume centrale del negozio, alla maniera di una stoffa morbidamente drappeggiata attorno al corpo umano. Le aperture tra le fettucce ondulate svelano parzialmente gli interni dello shop, disposti senza soluzione di continuità a richiamare la suggestione di una via europea dello shopping che corre verso il centro, da cui si dipartono aree che ospitano le varie collezioni: Donna, Uomo, Accessori, occhiali da sole, Missoni Mare e Missoni Home. Per arredare gli spazi sono stati disegnati e realizzati ad hoc dei mobili, in palissandro, lacca e acciaio.
I “tagli” sulla pelle dell’edificio e la presenza di molti lucernari fanno si che nelle ore notturne lo shop si trasformi in un parallelepipedo scintillante, animato dalle luci interne, che proietta una fitta rete di ombre intessute sull’area circostante.
Per Missoni e per gli architetti/designer, la luce è il tratto distintivo di Los Angeles; la luce solare di giorno e le favolose vedute della downtown dalle colline di notte…e questo edificio diventa consapevolmente parte della luce di Los Angeles, si legge nella relazione di progetto.

Fonte: Archiportale

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Actelion Business Center: concept architettonico ispirato alla comunicazione

È stato inaugurato lo scorso 10 dicembre il nuovo Business Center della casa farmaceutica Actelion ad Allschwil, in Svizzera. Il progetto porta la firma degli svizzeri Herzog & de Meuron. Il futuristico concept architettonico è rappresentativo dell’attività della Actelion orientata al futuro. L’edificio combina funzionalità e creatività, offrendo ai dipendenti un ambiente di lavoro stimolante e che favorisca la comunicazione.
Il concetto architettonico si ispira al tema di fondo della comunicazione. La costruzione angolare, aperta, in acciaio è costituita da supporti sovrapposti gli uni agli altri. Ogni piano è organizzato in modo diverso. Questo principio fondamentale si basa su una rigorosa regolarità: nei quattro punti d’angolo, dove le “travi degli uffici” si incontrano, vi sono le zone centrali attraverso le quali è previsto l’accesso a tutto l’edificio. Qui, ascensori e scale collegano fra loro i vari piani dando luogo a zone di comunicazione naturale, dove si intersecano i percorsi degli impiegati. In queste zone ci sono le cucine, le sale riunioni, le aule per i corsi e zone conversazione che invitano le persone a sedersi e scambiare idee. Le facciate in vetro permettono la comunicazione attraverso il contatto visivo e sottolineano la trasparenza, sia verso l’interno che verso l’esterno, così come verso l’alto e verso il basso.
Per garantire che questa “apertura” sia coerente in ogni parte dell’edificio, tutti gli impianti sono stati installati a pavimento e a soffitto e si è deciso di evitare condotte e tubazioni a parete.
La struttura portante dell’edificio è costituita da quasi 4 chilometri di telai in acciaio. Complessivamente sono state lavorate circa 2.500 tonnellate di acciaio. Le barre che compongono l’armatura sono rettilinee, a forma di K o di X, a seconda delle esigenze statiche. Per ragioni di sicurezza antincendio, la costruzione d’acciaio è stata intonacata e dipinta di bianco e in tal modo, gli elementi caratteristici in acciaio, sottolineano la chiara identità visiva dell’edificio.
Il verde è stato curato dal landscape designer Tita Giese che utilizza all’interno dell’edificio tappeti di felci, edera, palme e Anthurias confondendo i confini tra interno ed esterno. Nelle zone più soleggiate sui tetti è stata piantata l’erba della prateria, che cambia nel corso delle stagioni, dal verde chiaro al rosso scuro, mantenendo quest’ultima tonalità per tutto l’inverno. Le altre coperture sono state ricoperte con piante che crescono a seconda delle condizioni climatiche alternate a zone di ghiaia.
Il concept energetico dell’edificio si basa sull’uso combinato di elettricità, gas naturale ed energie rinnovabili sotto forma di energia solare. L’obiettivo è di soddisfare la domanda di riscaldamento e di raffrescamento in un modo che si conservino le risorse e che sia in larga misura carbon neutral. Gli elementi essenziali sono:
• tripli vetri alle finestre degli uffici che offrono un alto grado di isolamento. Tra i due vetri più esterni vi sono di feritoie per la protezione solare che si adattano automaticamente in funzione della posizione del sole, ma che possono anche essere controllate manualmente dal personale. Le facciate in vetro sono state progettate in modo tale che le superfici esposte ai piani superiori siano inclinate verso il basso e le superfici ombreggiate ai piani inferiori lo siano verso l’alto, al fine di ridurre l’irraggiamento;
• celle fotovoltaiche di supporto alla tecnologia per la produzione di energia;
• thermal activation of the solid ceilings;
• distribuzione di calore controllabile in ogni singolo ufficio.

Fonte: Archiportale
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Cina: il Museo delle Sculture in Legno di MAD

Lo studio cinese MAD fondato da Yansong Ma ha reso note le immagini del progetto per il Nuovo Museo per le Sculture in Legno Cinesi che sorgerà nella città di Harbin, capitale della regione dell’Heilongjiang, nel nord est della Cina, ai confini con la Siberia. La principale città della Cina settentrionale, attualmente in rapida espansione, sta attraversando una fase di definizione di sé come hub regionale per le arti. La città di Harbin, i cui paesaggi invernali sono stati fonte di ispirazione per il progetto del Museo, è sede ogni anno dal 1963 del Festival Internazionale delle Sculture di Ghiaccio e Neve (The Harbin International Ice and Snow Sculpture Festival).
Il Museo di MAD è un contrasto tra l’eleganza della natura e la velocità della vita quotidiana. I suoi 200 metri di lunghezza hanno la forma di un fluido congelato che riflette ed esplora la relazione tra l’edificio e l’ambiente. L’interno del museo combina due diverse mostre collegate da un accesso centralizzato che separa i due “musei” e contemporaneamente li unisce, conseguendo un rapporto simbiotico. Lucernari inondano di luce i “vuoti” adiacenti alle gallerie, creando ottimali condizioni visive e “momenti scenici” all’interno e all’esterno dell’edificio. A MAD è stata commissionata la progettazione di tre edifici culturali nel 2009; la struttura del museo è stata completata recentemente, mentre i progetti dell’opera house e del centro culturale saranno terminati il prossimo mese di febbraio.

Fonte: Archiportale

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