Archivio della categoria ‘ARCHITETTURA’

La scheggia di Renzo Piano: il grattacielo senza parcheggi

Incompleta, comincia a svettare nella skyline di Londra, ma quando sarà terminata è destinata a diventare la torre più alta d’Europa. Eppure il grattacielo griffato da Renzo Piano in corso di costruzione non distante dal London Bridge non piace a tutti. Anzi tra i suoi più fieri oppositori c’è il principe Carlo.
Il Shard London Bridge, o anche Shard of glass sarà come un’enorme scheggia di vetro e acciaio non distante dal Ponte di Londra. Con i suoi 87 piani fa parte di una riqualificazione che prevede la risistemazione della piazza antistante, del ponte e dell’ingresso diretto alla vicina metropolitana per un’operazione valutata oltre 2 miliardi di euro.
The Shard sarà alto 310 metri e al suo interno ospiterà un albergo 5 stelle, uffici per 7mila impiegati e soprattutto negli ultimi piani appartamenti di lusso da 12 milioni di euro l’uno. In cima 4 livelli tutti vetrati per un panorama d’eccezione. Attenzione ai consumi energetici, soluzioni tecnologiche innovative e quasi totale assenza di parcheggi caratterizzano gli aspetti più tecnici. L’intera riqualificazione verrà completata entro maggio 2012 in tempo per le Olimpiadi che catalizzeranno le attenzioni mondiali sulla capitale del Regno Unito.
La città dove fervono i lavori si presenterà all’appuntamento con un look completamente rinnovato, interi quartieri ricostruiti e nuove strutture sportive, su cui hanno messo la firma alcuni degli architetti più importanti del Mondo. Ma il progetto che fa più discutere è quello dell’archystar genovese. Se infatti il sindaco di Londra, Boris Johnson ha definito The Shard un esempio del superamento della crisi economica da parte di Londra, il principe Carlo ha parlato di “un’enorme saliera” criticando apertamente la sua forma.
Due dei principali giornali londinesi stanno cavalcando la polemica: il Financial Times e il Daily Telegraph hanno dedicato intere pagine al nuovo edificio ben prima che sia finito. Molti cittadini ritengono che il disegno sia fuori posto, perché mal si amalgama con il resto delle costruzioni sul lungo fiume. Il destino della nuova torre insomma sembra essere lo stesso del grattacielo firmato da Norman Foster a forma di enorme pallottola oppure – come è stato soprannominato – di cetriolo, “the Gherkin”. Una struttura che ormai è diventata emblematica della nuova Londra e non manca di essere visitata dai turisti e rappresentata in film e fiction.

Fonte: BlitzQuotidiano

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LilyPad: la città anfibia a forma di ninfea

Quella di Lilypad è la storia di un sogno. Nato nella mente creativa di un giovane architetto belga, Vincent Callebaut, il progetto avveniristico di Lilypad si ispira alla perfezione della natura.
Il modello è infatti la foglia di un fiore acquatico: la ninfea che scientificamente porta il nome di Amazonia Victoria Regia in onore della regina Victoria, cui nel XIX secolo fu dedicata la scoperta di questa specie da parte del botanico tedesco Thaddeaus Haenke. L’ambizione è grande almeno quanto il nome: il sogno di Callebaut è infatti quello di creare – basandosi sui principi della biomimetica- la prima città anfibia della storia, a metà tra terra e acqua e in totale armonia con la natura.
Sappiamo bene – anche perché ce lo sentiamo ripetere in continuazione – che a causa dell’uomo la terra si sta surriscaldando, e che il livello dei mari minaccia di innalzarsi pericolosamente: lo scioglimento dei ghiacci perenni situati sulla terraferma, in Groenlandia e nell’Antartico, promette di erodere progressivamente tratti sempre più ampi delle coste. Un innalzamento di un metro cancellerebbe buona parte delle coste in Olanda, Egitto e Bangladesh. Due metri di acqua in più spazzerebbero via New York, Bombay, Calcutta, Miami, Djakarta, Shanghai, Alessandria…il tutto devastando non solo popoli e paesi, ma anche grandi ecosistemi. In termini di sfollati, ecoprofughi, la previsione è di quasi 230 milioni di persone costrette a migrare, senza contare la fetta di popolazione che si sta insediando appena adesso in queste aree urbane, incurante del fatto che nel giro di relativamente poco tempo potrebbero essere inghiottite dal mare.
Lilypad nasce innanzitutto in previsione di questa emergenza, ma non solo: essendo progettata in modo da essere interamente autosufficiente, nel caso in cui venisse realizzata questa città anfibia permetterebbe di rispondere alla quattro sfide lanciate dall’OECD, e riguardanti cioè clima, biodiversità, acqua e salute. Così come la foglia di ninfea a cui è ispirata, Lilypad ha una forma plastica, morbida, é fatta per scivolare sull’acqua, per seguire le correnti e le stagioni, per approfittare del sole, della pioggia e dei venti. Rispetto alla sua matrice vegetale, però, é 250 volte più grande: dovrebbe poter ospitare fino a 50.000 persone. La “pelle” di Lilypad é fatta di fibre di poliestere ed é ricoperta di biossido di titanio: reagendo ai raggi ultravioletti quest’ultimo assorbe l’inquinamento atmosferico. Grazie all’integrazione complessa di tutte le forme di energia alternativa, dei processi di depurazione naturale (fitodepurazione) e del trattamento delle biomasse organiche, la città anfibia vanterebbe zero emissioni e addirittura finirebbe con il produrre più energia di quanta non ne consumerebbe. Una vera e propria ecopoli riciclabile e galleggiante insomma, capace di stimolare autonomamente processi di rigenerazione (resilienza) e di rendersi autosufficiente anche dal punto di vista alimentare. Equilibrata anche nella distribuzione “geografica”, la città ideale sarebbe delimitata da tre aree marine e tre zone montagnose, che circonderebbero un profondo cuore acquatico centrale, una vera e propria zavorra d’acqua attorno alla quale sviluppare la vita cittadina. Le sei aree sarebbero adibite alle attività lavorative e ricreative, mentre la laguna centrale, che affonderebbe ben al di sotto del livello del mare, ospiterebbe floride acquacolture. Lilypad incarnerebbe un sogno ambizioso e complesso. Ma la vedremo davvero galleggiare al largo delle nostre coste, un giorno? Nessuno può dirlo. Per quanto il progetto sia stato concepito nei dettagli e presenti innumerevoli spunti innovativi, rimane l’ostacolo più grande: un costo immenso, che di certo i “rifugiati” del futuro non potranno permettersi. Ma la speranza é che progetti come questo facciano vibrare le corde giuste, ci sensibilizzino, ci rendano più consapevoli e partecipi dei destini dell’umanità su questa terra. E chissà che pian piano le nostre città non comincino a trasformarsi in questa direzione, trascinate dalla voglia di perseguire idee audaci come questa.

Fonte: GreenMe

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A Parigi, le sanisette: toilettes attente all’ambiente

Se, camminando lungo un boulevard parigino vi troverete di fronte a un modello mai visto prima di toilette, dalla forma che ricorda un tronco d’albero e degli echi di art déco nei motivi dell’entrata, non dovete stupirvi. Si tratta di una delle 400 sanisettes, le nuove creature del designer francese Patrick Jouin.
Con quest’ultima delle sue creazioni, la sanisette-letteralmente ”servizio igienico autopulente”– Jouin, noto ai più per aver disegnato la popolare bicicletta Vélib, vuole abbattere l’opinione comune dei servizi pubblici, generalmente considerati sporchi, angusti, bui e maleodoranti.
A dirlo un sondaggio condotto da un team di studiosi su un campione di persone per rilevare gli aspetti che creano diffidenza verso i bagni pubblici. Le più riluttanti, dichiara lo studio, restano le donne. Da questi dati e dalla necessità di servizi di una città affollata di turisti come Parigi, si è mosso Jouin, il quale ha dichiarato di essersi liberamente ispirato allo stile di Hector Guimard, principale esponente dell’Art Nouveau in Francia. La maggior parte delle persone diffida dei bagni pubblici.
Nel design esterno, il risultato di tale ispirazione è visibile nella struttura ricurva nella parte superiore, con un tetto leggermente spiovente e ad arco, concepito per fornire un riparo per le persone in attesa fuori sotto la pioggia.
Per quanto riguarda gli interni, il designer ha tenuto in alta considerazione le osservazioni riportate dal campione intervistato, rendendo la cabina più spaziosa rispetto al precedente modello, e più luminosa, grazie a un lucernario che, coprendo tutta la superficie del tetto, consente inoltre un’illuminazione naturale. Le nuove sanisettes possono, infatti, dirsi all’avanguardia anche per quanto riguarda la questione ambientale: costruite in acciaio, cemento ed alluminio, tutti materiali riciclabili, i nuovi bagni utilizzano l’acqua piovana, conseguendo un risparmio idrico del 30% di acqua utilizzata.
Il lucernario che svolge da illuminazione in orario diurno, è sostituito durante la notte da un sistema di luci a basso consumo energetico che si attiva automaticamente e che, grazie a un sensore di movimento, si spegne quando all’interno non c’è nessuno. Autopulenti e più numerose rispetto a prima, le sanisettes declinate in chiave sostenibile sono tutte rigorosamente accessibili ai disabili e non dimenticano le esigenze delle mamme, le quali potranno estrarre un piano di ricambio per i propri bébé. E già si parla di esportarle anche fuori dalla capitale francese.

Fonte: Casa&Clima

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Patrick Blanck: l’uomo che inventò i giardini verticali

Nel 1986, quando realizzò la sua prima opera nella Cité de Sciences a Parigi, Patrick Blanck era un botanico visionario a cui era venuta la strampalata idea di ricoprire di verde una parete verticale del museo. Nel 2001, quando rivestì di piante un muro di 30 metri in un hotel nei pressi delle Champs Elysée la sua fama era giunta alla stregua delle grandi archistar. Sono serviti venticinque anni, e innumerevoli minacciose notizie sul futuro del pianeta, per convincere l’opinione pubblica che l’idea di sfruttare i muri dei grandi palazzi per farne dei giardini non fosse poi così assurda. In realtà, l’idea di Patrick Blanck non è nuova alla natura. Egli stesso ammette di aver preso ispirazione da alcuni meravigliosi esempi di piante capaci di crescere sulla roccia, viste in Malesia e Thailandia nel corso dei suoi anni di studio. Fu una rivelazione – dice in un’intervista rilasciata a La Repubblica qualche tempo fa -. Rimasi talmente affascinato che provai a riprodurre quel tipo di vegetazione sui muri di casa mia, mettendo a punto, in assenza di terra supporti speciali e sistemi di irrigazione appropriati. Da quel momento la sua vocazione ha assunto i tratti di una piccola rivoluzione vegetale, grazie alla quale si vedono spuntare immense pareti ricoperte di verde nei centri storici delle città, sui muri di enormi grattacieli della City, su una delle pareti del Parlamento Europeo e attorno ai perimetri di innumerevoli musei.
Tra i progetti che lo hanno reso noto c’è quello realizzato per il Museo di Arte contemporanea di Madrid dove una delle pareti è ricoperta da 24 metri di verde. L’equivalente di 15000 piante e 250 specie diverse. Se pensate che già questa possa essere un’opera monumentale, provate a immaginare un muro di 800mq ricoperto da piante provenienti dal Giappone, dalla Cina, Europa e Stati Uniti. Questa è la dimensione del progetto realizzato per il Museo Quai Branly di Parigi. Le pareti verticali consentono di sfruttare enormi superfici apparentemente inerti e inutilizzabili, facendole diventare parti vive della città.
La componente vegetale strappa la verticalità all’artificialità restituendone una dimensione vivente più vicina agli uomini dice Blanck. Ovvio che la scelta di un piano verticale implica conoscenza e capacità di selezione delle specie. Ancor prima che con la biodiversità, Blanck si è dovuto confrontare però con la forza concreta della natura. Le radici delle piante possiedono una potenza tale da distruggere le mura contro le quale sono attaccate e frantumarle. Per evitare questo, non banale, inconveniente, Blanck ha studiato a lungo il comportamento delle piante giungendo alla conclusione che un sistema di irrigazione frequente e regolare consente alle radici di distribuirsi in orizzontale, rimanendo in superficie. Ed evitando così di infiltrarsi in profondità. A partire da questo fondamento, egli ha ideato un vero e proprio sistema progettuale del peso di 30kg al metro quadro costituito da una base metallica, da un telo in PVC e da uno strato in cartonfeltro. I traversi e i montanti metallici, ancorati al supporto o autoportanti, fanno da base di appoggio (a volte si aggiunge una camera d’aria tra supporto e struttura per favorire l’isolamento degli ambienti). Su di essi, viene steso il telo che serve per omogeneizzare e rinforzare la struttura e il cartonfeltro, che consente di distribuire l’acqua su tutta la superficie. Perché, se non fosse stato chiaro fino ad ora, nei Giardini Verticali di Blanck, non è previsto l’uso della terra. Solo acqua, con l’aggiunta di sali minerali.
Ma quali sono i reali vantaggi di un giardino verticale? Facile immaginare l’impatto sulla fotografia urbana: vedere una superficie interamente verde immersa in un ambiente insolito come quello cittadino è come avere la sensazione di essere improvvisamente altrove. L’effetto di stupore e spiazzamento percepito dagli astanti è complementare al beneficio ambientale di cui godono sia gli abitanti sia coloro che lavorano negli spazi interni ricoperti dalle superfici verdi. La presenza di erba sulla parete di un grande edificio consente all’atmosfera di alleggerirsi di anidride carbonica e al sistema di riscaldamento e raffreddamento di consumare di meno. La vegetazione (e l’antica tradizione delle piante rampicanti ne è testimonianza) fa da isolante termico e fonico. Inoltre consente di rimettere in circolo l’acqua piovana e le acque grigie dei palazzi. Qualcosa di simile sta per essere progettato per il nuovo impianto di Abu Dhabi, dove il prato di circa venticinquemila metri quadri sarà alimentato dall’acqua dei condizionatori. Nel libro “Il bello di essere pianta” (edito da Bollati Boringhieri), Blanck che da autore assume il punto di vista proprio di una pianta, sintetizza il dovere di rispettare la natura parafrasando l’ espressione cartesiana: “Cresco quindi esisto”.
Un punto di vista, quello di Blanck, che prevede la possibilità di immaginare una co-esistenza tra uomo e natura e non un perenne stato di conflitto e di opposizione.

Fonte: GreenMe

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Dar Sabra a Marrakech : hotel e giardini d’artista

Se si vuole visitare un posto speciale come Marrakech, con la sua architettura color terracotta in una distesa di palme e le montagne innevate sullo sfondo, vale la pena di soggiornare in un posto speciale. Dar Sabra è un piccolo hotel, nato come villa privata e galleria d’eccezione per le opere d’arte collezionate dal proprietario François Chapoutot.
Nel cuore di La Palmeraie, il palmeto alle porte di Marrakech che è la zona residenziale più “in” dove hanno ville sia membri della famiglia reale e altri vip marocchini che celebrità internazionali come Paul McCartney, questo boutique hotel è al centro di un antico oliveto di due ettari. La pianta più presente, però, è l’aloe, dal quale il complesso prende il nome: in arabo Dar Sabra vuole dire “casa della sabra”, la preziosa seta vegetale derivata dalle foglie di aloe. Nonostante la bellezza della natura, a rendere unico il posto sono l’architettura, creata dal messicano Ricardo Legorreta, che punta sulla semplicità e la luce, e l’arte e la scultura. Nel 2001, quando la villa è stata costruita, Chapoutot l’ha riempita di tesori di antiquariato collezionati nei suoi viaggi in tutto il mondo. Ognuna delle sette camere nella casa principale ha un tema: c’è la stanza marocchina, quella africana, e poi una indiana, una afghana, una “nomade”, una art déco, una asiatica “Zen”. Nel salotto e nelle parti comuni, ma soprattutto nell’ampio giardino, ci sono invece opere d’arte contemporanea create in situ da artisti di tutto il mondo. Ho invitato amici artisti a stare qui e a creare qualcosa durante il loro soggiorno, quindi sono sculture nate per essere collocate qui in questo paesaggio e intorno a questa casa, spiega Chapoutot. Per questo, anche se ora questo infaticabile collezionista ha deciso di dedicarsi a un nuovo progetto (l’hotel è in vendita tramite l’agenzia internazionale Savills), Chapoutot lascerà qui tutti gli arredi e le opere d’arte. C’è ad esempio lo spettacolare arco di metallo dell’artista italiano Mauro Staccioli, che attraversa come un arcobaleno la più grande delle cinque piscine del complesso, lasciando il suo riflesso nell’acqua. O i divertenti blocchi-scultura colorati dello scultore argentino Leopold Maler, che all’ingresso scrivono il nome dell’hotel, o la spettacolare Piramide bianca dell’olandese Marc Brusse e tante altre sculture disseminate nel grande giardino.
Oltre alle sette camere della villa principale, il complesso comprende otto grandi suite separate, ognuna con il proprio ingresso e cortile privato, nel giardino, una villa in pietra di due camere con giardino e piscina privata, una sala cinema, un campo da tennis di terra battuta e il centro benessere, con palestra, sale massaggi, hammam e Spa. Dopo una giornata passata a esplorare le bellezze del centro di Marrakech e a contrattare nel grande souk, tornare a Dar Sabra significa rifugiarsi in un’oasi di pace e di bellezza.

www.darsabra.com

Fonte: Luxury24

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Los Angeles: Missoni cambia “facciata”

L’haute couture italiana del marchio Missoni arriva nel cuore commerciale di Los Angeles, a Beverley Hills, con una boutique monomarca da 700 metri quadri progettata da Kinmonth Monfreda, Space Architects e Marzorati Ronchetti.
L’ossatura dell’edificio è realizzata in vetro, acciaio e cemento. La pelle esterna, interamente progettata da Marzorati Ronchetti e costruita a Cantù è invece rivestita da 78 fasce di alluminio lavorate a intreccio, per un totale di 3900 metri di lunghezza e 11 tonnellate di peso. Spessi 8 mm, i piatti metallici, verniciati a polvere bianca opaca, curvati ad imitazione delle piegature della stoffa su un telaio, avvolgono, procedendo in senso orizzontale, il volume centrale del negozio, alla maniera di una stoffa morbidamente drappeggiata attorno al corpo umano. Le aperture tra le fettucce ondulate svelano parzialmente gli interni dello shop, disposti senza soluzione di continuità a richiamare la suggestione di una via europea dello shopping che corre verso il centro, da cui si dipartono aree che ospitano le varie collezioni: Donna, Uomo, Accessori, occhiali da sole, Missoni Mare e Missoni Home. Per arredare gli spazi sono stati disegnati e realizzati ad hoc dei mobili, in palissandro, lacca e acciaio.
I “tagli” sulla pelle dell’edificio e la presenza di molti lucernari fanno si che nelle ore notturne lo shop si trasformi in un parallelepipedo scintillante, animato dalle luci interne, che proietta una fitta rete di ombre intessute sull’area circostante.
Per Missoni e per gli architetti/designer, la luce è il tratto distintivo di Los Angeles; la luce solare di giorno e le favolose vedute della downtown dalle colline di notte…e questo edificio diventa consapevolmente parte della luce di Los Angeles, si legge nella relazione di progetto.

Fonte: Archiportale

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Washington DC: la casa pluricentenaria che diventa sostenibile

Edificata prima della guerra di secessione americana, la casa di Capitol Hill è definita “la prima casa a emissioni zero di Washington D.C.”. Non che nel lontano 1852 fosse già un esempio di sostenibilità, ma oggi, grazie al progetto della GreenSpur Inc. in collaborazione con la TriCon Construction, ha ottenuto la targhetta di platino della certificazione LEED.
L’aspetto più interessante del progetto consiste nell’alto valore storico dell’edificio, oltre 150 anni di vita che, il riadattamento della GreenSpur non poteva spazzare via in nome della sostenibilità. E quindi, per rispettare l’ambiente senza perdere di vista la tradizione, la casa di Capitol Hill ha conservato la facciata originale ma solo nell’aspetto, perché oggi i materiali sono tutti modernissimi ed ecologici. Non solo, molti elementi del design interno sono stati ricavati da mobili e materiali preesistenti in linea con il concetto di riciclo e riuso. Navigando sul sito della GreenSpur Inc. le frasi ispiranti orientate alla sostenibilità sono tante, come: “Designing and building in a sustainable way is not new, it has simply been rediscovered” oppure “Building with economical and sustainable sense”. L’azienda americana propone progetti di bioedilizia di ultima generazione senza perdere di vista l’importanza di fattori come prezzo e storia.
Abbiamo voluto dimostrare che è possibile ottenere ottime performance architettoniche ed energetiche senza dover rapinare una banca o ribaltare i sistemi costruttivi di riferimento – spiega Nick Cioff direttore edile della GreenSpur – troppe persone pensano che un edificio a zero impatto ambientale sia troppo difficile da realizzare o troppo costoso, e abbiamo voluto spazzare via queste false credenze.
Il progetto si è rivelato particolarmente sfidante per la GreenSpur. Le effettive condizioni della casa erano molto meno rosee rispetto a quanto anticipato alla ditta prima dei lavori e hanno richiesto la rimozione a mano di un enorme quantità di detriti e terra in spazi molto angusti e difficili da raggiungere con dei macchinari. Non solo, la GreenSpur ha voluto raddoppiare le dimensioni della casa senza alterare l’impronta originaria della proprietà. Con dovuti adeguamenti e rimodulazioni, l’interno dell’edificio è passato da 84 metri quadrati a 205. Ora la casa ha 4 camere da letto e tre bagni e utilizza dal 60 all’80% in meno dell’energia richiesta da una “normale” abitazione della stessa zona. E per ottimizzare il rendimento energetico, oltre al cappotto esterno e alle finestre isolanti, sono stati inseriti dispositivi Energy Star, un impianto di riscaldamento e raffreddamento geotermico, wc con doppio scarico, sistemi a basso flusso d’acqua, molta luce naturale e ilcaminetto a bio-etanolo. Per non perdere di vista i consumi dell’abitazione, la GreenSpur ha dotato l’edificio di un sistema definito Smart Home System che calcola i consumi energetici in qualsiasi momento della giornata. Il pavimento proviene da un vecchio mulino tessile della Virginia mentre gli armadietti della cucina e gli sportelli sono costituiti in parte da materiale riciclato. Vecchio e nuovo si sposano così in un progetto bioarchitettonico all’avanguardia.

Fonte: GreenMe

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The Tower of Droplets: progetto di una torre vivente

The Tower of Droplets, letteralmente, La Torre di Goccioline, progettata da Sir Peter Cook e Gavin Robotham, si è classificata al secondo posto durante l’ultima Taiwan Tower Conceptual International Competition, ma purtroppo la struttura rimarrà soltanto un progetto su foglio da disegno, anche se avveniristico e fonte d’ispirazione per future idee.
La torre è composta da gabbie di acciaio connesse tra loro che formano questo andamento libero che caratterizza il progetto, il quale sarà interamente coperto di alghe per la produzione di biocarburanti. La coltivazione delle alghe mette a disposizione biomassa utile per la fabbricazione della carta, oltre che per i biocarburanti, inoltre la torre si nutre di grandi quantità di anidride carbonica dall’ambiente circostante. Secondo i due architetti, le alghe occupano 11 mila metri quadrati di superficie e sono in grado di produrre diverse migliaia di tonnellate di biomassa all’anno e circa 3 milioni di litri di petrolio.
In pratica, il progetto stesso è possibile considerarlo un essere vivente, in grado di crescere e mantenersi autonomamente.

Fonte: Casa&Clima

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IOricicloTUricicli: ma come ti siedi?

L’agenzia di comunicazione Misuraca&Sammarro ha lanciato la seconda edizione di IOricicloTUricicli mostra per eco creativi. Quest’anno il tema sarà “Ma come ti siedi?”. Saranno ammessi a partecipare gruppi di designer, architetti, creativi etc. che presenteranno un prototipo finito di una seduta realizzata nell’ultimo anno con materiali di recupero. I migliori progetti pervenuti saranno messi in mostra nel corso del Fuori Salone in una location in zona Tortona. Questo progetto intende diventare un “passaparola” tra eco-creativi per diffondere sempre più l’importanza del recupero e del riutilizzo di materiali altrimenti destinati al macero. Tre i punti fermi di IoricicloTuricicli: creatività, design ed eco sostenibilità.
La “seduta” che sia poltrona, sgabello, sedia, puff, divano, di piccole o grandi dimensioni, occupa da sempre un ruolo di privilegio nel design italiano e internazionale. Nessun mobile infatti è cosi intimamente legata alla persona; con i suoi braccioli, gambe, piedi e schienali rappresenta proprio un’istantanea del nostro corpo. La sedia si è evoluta nel tempo, trasformandosi da un mero oggetto d’uso comune in un’opera di rilievo artistico – la chaise longue di Le Corbusier e la sedia rosso-blu di Gerrit Rietveld sono attualmente oggetti ben noti e apprezzati al pari delle più famose opere d’arte di tutti i tempi. Nella storia del design la sedia ha sempre rivestito un ruolo essenziale – come oggetto di sperimentazione, come motore di nuovi sviluppi e come icona. Da Carlo Mollino a Ico Parisi, da Gio Ponti a Tobia Scarpa, da Vico Magistretti ad Afra, Alessandro Mendini, Enzo Mari fino ai grandi nomi contemporanei Karim Rashid, Moroso, Molteni la ricerca e la sperimentazione non hanno mai avuto e continuano a non avere limiti. “Ma come ti siedi?” è la domanda ironica lanciata all’indirizzo di giovani designer che nell’ultimo anno hanno realizzato “sedute” dalle forme, materiali e dimensioni più svariate. La mostra sarà un focus sul design contemporaneo e sulla creatività che nonostante i tempi non è per niente in crisi! Ogni designer sarà protagonista di questa “collettiva di sedute” con un prototipo finito e quindi i visitatori dell’expò parteciperanno al divertente gioco interattivo. Location prestigiosa dell’esposizione sarà uno spazio in zona Tortona nel corso dell’evento internazionale di design Fuori salone 2011. “Ma come ti siedi?” sarà virtualmente un viaggio tra le “sedute contemporanee” che rappresentano comunque spazi di meditazione, di pensiero, di studi e ricerche in atto. Scadenza per la consegna del materiale fissato per il prossimo 1 aprile 2011.

Fonte: Archiportale

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Actelion Business Center: concept architettonico ispirato alla comunicazione

È stato inaugurato lo scorso 10 dicembre il nuovo Business Center della casa farmaceutica Actelion ad Allschwil, in Svizzera. Il progetto porta la firma degli svizzeri Herzog & de Meuron. Il futuristico concept architettonico è rappresentativo dell’attività della Actelion orientata al futuro. L’edificio combina funzionalità e creatività, offrendo ai dipendenti un ambiente di lavoro stimolante e che favorisca la comunicazione.
Il concetto architettonico si ispira al tema di fondo della comunicazione. La costruzione angolare, aperta, in acciaio è costituita da supporti sovrapposti gli uni agli altri. Ogni piano è organizzato in modo diverso. Questo principio fondamentale si basa su una rigorosa regolarità: nei quattro punti d’angolo, dove le “travi degli uffici” si incontrano, vi sono le zone centrali attraverso le quali è previsto l’accesso a tutto l’edificio. Qui, ascensori e scale collegano fra loro i vari piani dando luogo a zone di comunicazione naturale, dove si intersecano i percorsi degli impiegati. In queste zone ci sono le cucine, le sale riunioni, le aule per i corsi e zone conversazione che invitano le persone a sedersi e scambiare idee. Le facciate in vetro permettono la comunicazione attraverso il contatto visivo e sottolineano la trasparenza, sia verso l’interno che verso l’esterno, così come verso l’alto e verso il basso.
Per garantire che questa “apertura” sia coerente in ogni parte dell’edificio, tutti gli impianti sono stati installati a pavimento e a soffitto e si è deciso di evitare condotte e tubazioni a parete.
La struttura portante dell’edificio è costituita da quasi 4 chilometri di telai in acciaio. Complessivamente sono state lavorate circa 2.500 tonnellate di acciaio. Le barre che compongono l’armatura sono rettilinee, a forma di K o di X, a seconda delle esigenze statiche. Per ragioni di sicurezza antincendio, la costruzione d’acciaio è stata intonacata e dipinta di bianco e in tal modo, gli elementi caratteristici in acciaio, sottolineano la chiara identità visiva dell’edificio.
Il verde è stato curato dal landscape designer Tita Giese che utilizza all’interno dell’edificio tappeti di felci, edera, palme e Anthurias confondendo i confini tra interno ed esterno. Nelle zone più soleggiate sui tetti è stata piantata l’erba della prateria, che cambia nel corso delle stagioni, dal verde chiaro al rosso scuro, mantenendo quest’ultima tonalità per tutto l’inverno. Le altre coperture sono state ricoperte con piante che crescono a seconda delle condizioni climatiche alternate a zone di ghiaia.
Il concept energetico dell’edificio si basa sull’uso combinato di elettricità, gas naturale ed energie rinnovabili sotto forma di energia solare. L’obiettivo è di soddisfare la domanda di riscaldamento e di raffrescamento in un modo che si conservino le risorse e che sia in larga misura carbon neutral. Gli elementi essenziali sono:
• tripli vetri alle finestre degli uffici che offrono un alto grado di isolamento. Tra i due vetri più esterni vi sono di feritoie per la protezione solare che si adattano automaticamente in funzione della posizione del sole, ma che possono anche essere controllate manualmente dal personale. Le facciate in vetro sono state progettate in modo tale che le superfici esposte ai piani superiori siano inclinate verso il basso e le superfici ombreggiate ai piani inferiori lo siano verso l’alto, al fine di ridurre l’irraggiamento;
• celle fotovoltaiche di supporto alla tecnologia per la produzione di energia;
• thermal activation of the solid ceilings;
• distribuzione di calore controllabile in ogni singolo ufficio.

Fonte: Archiportale
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Firenze e il bando per il nuovo ponte sull’arno

La Provincia di Firenze ha pubblicato il bando relativo al concorso di progettazione del nuovo ponte sull’Arno a Figline Valdarno. Lo hanno riferito Laura Cantini, vicepresidente della Provincia di Firenze con delega alle Infrastrutture, e Riccardo Nocentini, Sindaco del comune di Figline Valdarno, annunciando anche l’affidamento dei lavori per la bonifica da ordigni bellici del terreno in cui sarà realizzato il terzo e ultimo lotto della cosiddetta “Variantina” alla strada regionale n.69. Proprio per consentire all’impresa Abc di Firenze di eseguire la bonifica preliminare all’apertura del cantiere, è già in corso la procedura di presa di possesso dei terreni espropriati. Al via anche i lavori di bonifica per il completamento della ‘Variantina’ alla Sr 69. La vicepresidente Laura Cantini e il sindaco Riccardo Nocentini: Rispettati gli impegni presi nell’assemblea aperta di Matassino. Sono stati illustrati anche i particolari di progetto del lotto n.5 della “Variante in riva destra dell’Arno”, ovvero della nuova arteria che costituirà la futura strada di scorrimento per tutto il Valdarno fiorentino e aretino. Intanto sono ripresi i lavori per la realizzazione di un nuovo collegamento tra la Sp 56 e la Sp 16 in località San Biagio, sempre nel comune di Figline Valdarno, dopo la risoluzione del contratto con la prima ditta appaltatrice. Il termine previsto per la conclusione di quest’opera è la primavera 2012.
Stiamo mantenendo tutti gli impegni che, insieme al presidente Barducci, avevamo preso con i cittadini e con i sindaci nell’assemblea pubblica di Matassino – ha commentato Laura Cantini – In particolare il bando per la progettazione del nuovo ponte sull’Arno tra Figline e Reggello costituisce un passaggio molto importante per la realizzazione di un’opera particolarmente attesa da tutti i comuni della vallata.
A questo proposito l’ing. Maria Teresa Carosella, responsabile, dirigente della direzione viabilità della Provincia di Firenze, ha illustrato i particolari dell’opera: Il nuovo ponte che collegherà le sponde di Reggello e Figline, sarà situato a circa 500 metri più a valle rispetto a quello esistente. Oltre alle corsie di marcia è prevista anche una pista ciclabile. L’importo complessivo dei lavori oggetto della progettazione dovrà essere contenuto nel limite di 7.200.000 Euro. La collaborazione tra Comune di Figline e la Provincia di Firenze ha portato ottimi risultati – ha detto il sindaco Riccardo Nocentini – per questo mi sento di ringraziare il Presidente Andrea Barducci e la Vicepresidente Laura Cantini, con i quali periodicamente ci incontriamo per discutere dei principali interventi infrastrutturali che riguardano il nostro territorio. Questo nuovo e decisivo sforzo per l’ultimazione della ‘Variantina’ alla Sr 69 e per la progettazione del nuovo ponte sull’Arno, rappresentano un passaggio fondamentale per il miglioramento dei flussi di traffico in tutto il Valdarno e non solo nel comune di Figline.

Fonte: ArchiPortale

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Il caso di Typuglia: quando il cibo incontra l’eco-design

Ci sono tanti modi che consentono di far nascere idee. A volte vengono fuori dalla mente geniale di uno studente un po’ sfigato e solitario, altre volte sono frutto di tempestosi pomeriggi, chiusi in una stanza, a riflettere insieme con un gruppo di persone. Altre volte ancora, possono essere il frutto di un contagio ambientale. Come se a un certo punto l’aria non trasportasse più solo particelle di ossigeno, ma anche creatività, voglia di fare, di provarci, di riuscirci.
Qui, in Puglia, si stanno facendo molte cose per la sostenibilità. Ed è ovvio che quando vedi che attorno a te nascono impianti fotovoltaici o sono finanziati progetti per il compostaggio e il recupero dei rifiuti, tutti cambiano atteggiamento e acquisiscono una sensibilità diversa nei confronti dell’ambiente. A dirlo è Leonardo di Renzo, un designer andriese che, dal canto suo, confessa di essere uno tra coloro che sono stati unti dalla febbre creativa di cui la Puglia, da qualche tempo, è protagonista. La sua idea mette insieme gli ingredienti principali che questa terra porta con sé: il cibo di alta qualità, la naturale inclinazione alle cose belle, l’attenzione nei confronti della natura e tanta accorata passione. Mescolando è venuto fuori Typuglia, un brand nato per nutrire occhi e palato dei designer buongustai. Un “esperimento”, come ama definirlo Leonardo, che propone un modo diverso di distribuire il cibo. La mia terra è piena di prodotti buonissimi. Molti di essi rispondono a tradizioni antiche e continuano a essere realizzati a mano, secondo modalità di produzione lente ma che garantiscono un’elevata qualità. Mi piaceva l’idea di raccoglierli e di distribuirli sotto un marchio che non fosse soltanto un’ennesima etichetta, ma anche un oggetto bello, riciclabile, capace di comunicare il territorio e la sua tipicità.
L’esperimento ha avuto inizio con uno dei prodotti più caratteristici della cultura contadina pugliese: l’olio. Leonardo gli ha costruito attorno un’ orcia di terracotta, simile a quelle che per anni sono esistite sulle tavole delle masserie pugliesi, e una scatola di cartone che dopo aver esaurito il ruolo di involucro della bottiglia, può essere usata come lume da tavolo. Il filo conduttore che tiene insieme tutto è la tipografia. “Una mania” che porta Leonardo a collezionare vecchi tipi recuperati e acquistati da anziani tipografi. “Sono come pezzi di storia che io cerco di non far morire. Raccontano di un tempo in cui la stampa si faceva con le mani, affastellando un pezzo accanto all’altro, ci si sporcava e ci si dannava quando la stampa non era venuta bene. E accadeva spesso.” Ogni confezione contiene in sé una lettera originale. Come l’inizio di una parola da completare. Leonardo produce i suoi pezzi nella cantina di casa per il momento, assemblandoli con la cura certosina di un Gutenberg degli anni duemila. Si fa aiutare da qualche amico o sciagurato collega che inganna, invitandolo per caffè che si trasformano in lavoro. La sua manodopera è lontana anni luce da quella delle grandi industrie alimentari. Parla la lingua della lentezza, della rarità e delle cose buone. Per certi aspetti, sono aggettivi, questi, che sembra abbiano poco a che fare con il mondo dei supermercati. Del resto, Leonardo non ha nessuna intenzione di sottoporre i suoi prodotti alla guerra dei prezzi dei centri commerciali. Vorrei che questi prodotti siano presenti in luoghi dove di solito il cibo non è contemplato. Come il circuito del design, dell’arte e della cultura. La gastronomia, dal mio punto di vista, è più vicina alla creatività che al mangiare. Idee che stanno piano piano diventando realtà se, come dice Leonardo, molti musei stanno rispondendo positivamente alla proposta di mettere l’olio nel bancone dei gadget di alto profilo che si trovano nei loro bookshop. Ho in mente un percorso ma non ho ancora una meta. All’inizio tutto doveva essere un semplice blog e invece è diventato un investimento. Chissà dove mi porterà la perseveranza. Gli auguriamo lontano.

Fonte: GreenMe

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Austin: l’East Village di Bercy Chen Studio

L’East Village, progettato dallo studio texano Bercy Chen, è un edificio mixed-used situato in un quartiere di Austin (Texas) in rapida via di sviluppo di cui è destinato a diventare punto di riferimento. Il progetto include negozi, uffici e 20 condomini. Gli schermi solari sulle facciate sud e ovest sono solo uno dei tanti aspetti del progetto che contribuiscono all’assegnazione delle 3 stelle del Green Building Rating System.  
Il quartiere in cui sorge questo edificio, in passato completamente ignorato dai cittadini, dal 2001 è stato oggetto di numerosi cambiamenti ed è oggi sede di molti negozi al dettaglio, ristoranti, uffici e associazioni culturali. L’East Village cerca di cogliere questa diversità, sviluppando, con materiali modesti, un ambiente dinamico e creativo per i suoi residenti, abbinando negozi e piccoli uffici a unità residenziali ai piani superiori.  
Al quarto piano vi sono due tetti verdi, ciascuno con una splendida vista sulla downtown di Austin. Il piano terra è interamente in vetro a tutt’altezza montato su una struttura in acciaio, il che conferisce l’illusione che tutto l’edificio galleggi su cubi di vetro. Per migliorare ulteriormente la percezione di “leggerezza” dell’edificio, l’ingresso avviene al di sotto di una capriata d’acciaio che supporta 2 piani di unità residenziali. Le sovrastanti facciate sud e ovest sono protette dal caldo sole del Texas tramite uno schermo in acciaio multi-sfaccettato con la duplice funzione di frangisole e parapetto per i balconi delle residenze.
Oltre agli schermi solari in acciaio, sono state adottate numerose strategie per rendere l’East Village Lofts un edificio sano per i residenti e la comunità: materiali riciclati e riciclabili, vetri a bassa emissività, vernici ecologiche, murature e tetti coibentati, controllo passivo degli insetti, riciclo dei rifiuti di costruzione.

Fonte: Archiportale

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Poltrona Punto G di Giovanni Bartolozzi

Punto G, la poltrona disegnata dal designer Giovanni Bartolozzi. Libreria, poltrona, chaise longue, postazione da lavoro, pouf e molto altro. Un oggetto ibrido che esalta le eccellenze dei distretti locali.
Un magistrale esempio di design e di eccellenze territoriali. Una poltrona insolita nella forma e, come avrete sicuramente notato, nel nome. L’idea di Giovanni parte dai maestri del design, come Castiglioni, Munari, Magistretti, per approdare ad un design contemporaneo che porta in sè l’influenza dell’italian design pronto ad ibridare le funzioni, esigenza comune anche al design contemporaneo.
Punto G è il perfetto esempio di questo concetto. E’ una seduta dotata di una struttura leggera, svuotata al suo interno e pronta ad accogliere libri, oggetti o riviste. A questa struttura va unito il piccolo pouf che completa l’opera creando una sorta di libreria multifunzione estremamente leggera e pronta a trasformarsi, in un solo gesto, in molto altro. Passiamo quindi da libreria ad altre configurazioni come poltrona, pouf, postazione da lavoro e porta oggetti; configurazioni che rispondono alle esigenze del vivere quotidiano sempre più blur e privo di nette divisioni tra lavoro, tempo libero e vita domestica.
La poltrona è interamente realizzata da artigiani e tappezzieri fiorentini ed ha un cuore in alluminio, che la rende resistente ma estremamente leggera, requisito necessario per le varie configurazioni della poltrona. Per tutti i romani che leggono, se volete, potete ammirarla dal vivo alla galleria d’architettura Come Se -Via dei Bruzi 4/6- anche se quella esposta in galleria è la versione prototipo, adesso la seduta è stata alleggerita e migliorata.
I lavori di Giovanni non si fermano certo alla poltrona Punto G, anzi. All’attività di designer va aggiunta quella di architetto e, non ultima, quella di scrittore. Tra gli ultimi lavori di Giovanni mi fa piacere citare il libro dedicato all’architetto Leonardo Ricci, dall’omonimo titolo, l’attività di redattore della rivista Arnolfo, e le collaborazioni con Metamorfosi, Spazio-Architettura e con la rivista on-line Archphoto. Insomma, una figura professionale piena ed eclettica. Vi invito a consultare i siti FabbricaNove e Soqquadro per scoprire tutti i lavori, di architettura e di design, di Giovanni Bartolozzi.

Fonte: Architettura&Design

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Ecooler: dal Medio Oriente, lo schermo solare di raffrescamento passivo

Il vincitore degli IIDA 2010 Award e della Green Heart International competition è Ecooler, una schermata di mattonelle che prende spunto da elementi di design dell’antico Medio Oriente ed è una combinazione tra due elementi tradizionali: il mashrabiya e la Jara.
Il mashrabiya è una tessitura di separazione progettata per consentire all’aria e alla luce di filtrare tra gli spazi ed è un elemento architettonico di elegante e nobile effetto perché sintesi di contatto tra il dentro ed il fuori, tra il privato ed il pubblico.
La Jara è una brocca antica di argilla, utilizzata per il raffrescamento degli ambienti e che sfrutta il principio di evaporazione dell’acqua. Dalla sintesi di questi due elementi tradizionali nasce Ecooler, un semplice, ma innovativo, dispositivo ceramico di raffrescamento degli ambienti. Creatori di questo dispositivo sono i progettisti dello studio Kahn. Il sistema è molto semplice: si tratta di un coppo in ceramica in grado di trasportare e trasferire l’acqua, in grado, a sua volta, di rinfrescare gli ambienti interni. Utilizzando un connettore opportunamente designato, inoltre, il singolo elemento può essere collegato ad altre piastrelle, creando un vero e proprio schermo di raffrescamento passivo.

Fonte: ArchitetturaEcoSostenibile

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ARSPAT, un’associazione per il Restauro dei Beni Ambientali, Paesaggistici e del Territorio

Il paesaggio sottovalutato nel tempo, esposto processi di degrado, mutilazione e distruzione da spinte connesse  alla modernizzazione degli apparati infrastrutturali e alla globalizzazione delle dinamiche economiche e sociali, è stato nelle specificità e differenze offuscato, alterato, reso irriconoscibili o cancellato. La diversificazione dei percorsi di sviluppo all’interno del quadro ambientale, produce nuove differenze e pone le basi di nuovi “ambienti insediativi”, nei quali stentano a prendere forma nuove coerenti configurazioni paesistiche.

Il restauro dei beni ambientali paesaggistici e del territorio prenderà spunto da questa situazione, considerando  che lo spettro d’indagine risulta ampio, puntando sul far interagire più apporti disciplinari che non sono proprio materia di restauro ambientale.

Per approfondimenti visita il sito www.arspat.it

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Honduras: impianto a biomasse alimentato da “erba re”

L’industria tessile dell’Honduras ha in programma di puntare sulla biomassa per ridurre – e in prospettiva eliminare – la dipendenza dalle forniture elettriche della rete pubblica. L’obiettivo è di contrastare la crisi determinata dai crescenti costi dell’energia e anche di migliorare la qualità delle forniture, oggi soggette a frequenti interruzioni.
Lo ha dichiarato Jesus Canahuati, direttore della honduregna Asociación de Maquiladores (imprese tessili) annunciando la realizzazione di impianti a biomassa per 70 MW, in grado di coprire circa il 25% dei 300 MW impegnati dal settore nelle zone industriali del nord, e precisamente di Choloma, Buena Vista, Green Valley e Gildan. I nuovi impianti sono di tipo termoelettrico e prevedono di bruciare come combustibile l’ “erba re”, diffusa in tutto l’ovest del Paese. Si tratta di una pianta tropicale perenne che può raggiungere i 3 metri di altezza, con un gambo simile a quello della canna da zucchero. Il vantaggio economico sarebbe rilevante. Secondo le stime fornite da Canahuati, il chilowattora ottenuto con impianti alimentati dall’ “erba re” presenta un costo inferiore del 30% rispetto alle tariffe praticate attualmente dalla Compagnia Elettrica Nazionale. La costruzione degli impianti avrà inizio nel prossimo mese di febbraio e richiederà 20 mesi di lavoro. Il passo successivo è quello di puntare sull’autosufficienza energetica dell’intero comparto tessile, realizzando (nei prossimi 10 dieci anni) una potenza a biomassa di circa 1.000 MW, alimentata da coltivazioni dedicate di “erba re”, realizzate da circa 2.500 piccole e grandi aziende agricole, in grado di creare nelle zone rurali quasi 20.000 nuovi posti di lavoro.

Fonte: LaStampa

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La facciata high-tech per lo Sheraton di Malpensa

Una facciata multiforme, realizzata con un materiale high-tech realizzato ad hoc, 14 metri d’altezza e 450 d’altezza distribuiti su tre livelli, 436 camere, caffetteria, ristoranti e Centro Conferenze da 2000 mq per un costo complessivo di 67 milioni di euro: sono queste le caratteristiche principali del costruendo Hotel Sheraton di Malpensa, progettato dallo studio d’architettura romano King Roselli su commissione della Sea.
La data d’ inaugurazione della struttura, quasi del tutto ultimata per una superficie totale di 55mila mq, è fissata a luglio 2011. Costata 1.000 euro a metro quadro, l’edificio sorge su di un’area di 24.750 mq di superficie già edificata, ospitante l’autorimessa multipiano che sorge in posizione frontale all’aeroporto di Malpensa. Il primo piano è a quota +6,25 metri e ingloba una porzione dell’ultimo livello del parking. Elemento distintivo dell’edificio è l’involucro esterno: una grande pelle che si piega e che avvolge i corpi che contengono le camere. Tutte le installazioni sono nascoste sotto la sua copertura e respirano attraverso diverse aperture. Nell’insieme, la struttura ricorda più un oggetto di design che un edificio, ha spiegato l’arch. Riccardo Roselli. La struttura interna del volume è in acciaio. Per la pelle esterna è stato impiegato un composito a base di vetroresina, realizzato ad hoc dall’azienda milanese Pcr – Progettazione costruzione ricerca, chiamato “pultruso”. La finitura al quarzo, idrorepellente, è rivestita con una pellicola di colore bianco-grigio.
Il nuovo materiale è stato preferito dal team di progetto rispetto ad altre soluzioni più diffuse nella realizzazione delle facciate come le membrane liquide a spruzzo e policarbonato: benché alcuni di questi materiali fossero adatti alla termoformatura, presentavano limiti per quanto riguarda la saldatura e non soddisfacevano tutti i requisiti prestazionali. Le membrane liquide a spruzzo, potevano coprire con un unica pellicola tutto l’edificio in modo uniforme, ma l’edificio era semplicemente troppo grande perché questa soluzione potesse funzionare, ha spiegato Roselli. L’involucro avvolge diversi edifici, situati in sequenza a intervalli irregolari, in modo da creare un fronte esterno allungato e ritmato. I volumi sono raccordati da basamento, copertura e scale di emergenza.

Fonte: Archiportale

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