Archivio della categoria ‘URBANISTICA’

Madrid e l’asilo “Ecopolis Plaza”

Progettata da “Ecosistema urbano”, uno studio spagnolo che attraverso interventi di riqualificazione urbana caricati di una forte componente sociale, si è posto come obiettivo il miglioramento dell’ambiente urbano e la sensibilizzazione dei cittadini sui loro comportamenti, “Ecopolis Plaza” non è semplicemente una scuola materna: è un luogo per la comunità dove è possibile percepire e vedere realizzato il rapporto tra sostenibilità e vita quotidiana.
L’edificio, in cui le aule sono affiancate da una sala giochi, presenta un’interessante particolarità: lo spazio esterno, pubblico, è trattato come una “classe all’aperto” che può essere utilizzata dai residenti della zona e che diventa, di fatto, un programma di istruzione per trasmettere ai bambini valori che li renderanno adulti più responsabili. Una parte della struttura (circa il 50%) è interrata e può, in questo modo, sfruttare l’inerzia termica del terreno; la parte fuori terra è caratterizzate da ampie vetrate orientate a sud che beneficiano della radiazione solare diretta controllata con un sistema di tende mobili con funzionamento a sensori che captano la posizione del sole.
Parte dei processi tecnologico-funzionali sono stati collocati all’esterno in modo che siano visibili da tutti: la rete fognaria, ad esempio, viene convogliata in un laghetto artificiale posto di fronte all’edificio in cui un sistema di piante macrofite applica la fitodepurazione a tutte le acque reflue, compresa l’acqua piovana, che, una volta depurate, vengono immagazzinate in un serbatoio e poi utilizzate per l’irrigazione della piazza. Per l’elevato livello di attenzione alle questioni ambientali, che ha consentito ai progettisti di ottenere il marchio di qualità ecologica di grado A (il più elevato della legislazione spagnola), questo intervento è stato selezionato per partecipare al premio Buckminster Fuller Challenge, un programma annuale volto a sostenere lo sviluppo di soluzioni significative per risolvere uno dei problemi più urgenti della nostra contemporaneità.
L’idea che un sistema di biofitodepurazione possa essere applicato anche in contesti urbani magari sfruttando spazi residuali o di interscambio non altrimenti utilizzati offre la possibilità di riflettere su una tematica attuale formando così una nuova cultura dell’acqua e propone un sistema che potrebbe, se non sostituire quello attuale, almeno implementare i modelli di gestione delle acque utilizzati convenzionalmente. L’architettura è legata alla qualità di ogni popolo e le condizioni umane di vita. Da questo punto di vista riteniamo rilevanti per lo sviluppo di innovazioni che incidono direttamente sulla qualità della vita e promuove la coscienza ambientale. (dal sito dello studio Ecosistema urbano).

Fonte: ArchitetturaEcosostenibile

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Urban Field: energia elettrica e acqua da finti alberi

Se gli alberi delle foreste pluviali sono minacciati dalle motoseghe delle multinazionali, quelli delle città non se la passano certo meglio: inquinamento atmosferico, vandalismo, incidenti stradali… le problematiche legate al verde urbano sono infinite, sia per i cittadini, sia per le stesse piante. Non c’è quindi da stupirsi se i progetti per la creazione di alberi artificiali si stanno moltiplicando in tutto il mondo. Al risparmio idrico e a quello economico (niente potature) si aggiungerebbe la possibilità di produrre energia elettrica pulita, immagazzinare l’acqua piovana e filtrare l’aria che respiriamo. E c’è già chi pensa a interi parchi finti.
Treepods, ad esempio, è l’albero progettato dai designer Mario Caceres e Christian Canonico: si tratta di una “pianta” rivestita di una membrana che filtra l’aria, purificandola dalle particelle inquinanti. L’energia necessaria ad alimentare questo processo è fornita da piccoli pannelli solari dislocati a guisa di “fogliame”, nonché da un sistema cinetico di giochi disposti alla base, giochi con i quali i cittadini possono interagire. In più, la stessa energia prodotta durante il giorno sarebbe poi utilizzata per illuminare dall’interno il Treepods durante le ore di buio. Il tutto utilizzando come materiale base la plastica riciclata delle bottiglie! Ma perché accontentarsi di un albero solo quando si potrebbe creare un intero parco? È il caso del progetto Urban Field, finalista al concorso SHIFTBoston, che sfrutta il principio della piezoelettrica per creare energia elettrica, e non solo. Grazie alla forza del vento, infatti, gli “alberi” del designer Anthony Di Mari sono in grado di creare una differenza di potenziale in seguito alla compressione della base alla quale sono ancorati uno a uno, differenza di potenziale che viene sfruttata per creare corrente elettrica. A questo non trascurabile vantaggio va aggiunta la possibilità di accumulare l’acqua piovana e utilizzarla, in caso di bisogno, per l’irrigazione del verde circostante. Le applicazioni, insomma, sono infinite. Ma una domanda sorge spontanea: non sarebbe più semplice (e salutare e intelligente e utile e…) prendersi cura delle piante e cercare di inquinare meno?

Fonte: GreenMe

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Legambiente: cancellati in Italia 500 kmq di suolo all’anno

Ogni anno in Italia vengono cancellati in media 500 chilometri quadrati di suolo, come se venisse inghiottita l’intera area del comune di Milano. In testa, la Lombardia con il 14% di superfici artificiali, seguono Veneto (11%), Campania (10,7%), Lazio e Emilia-Romagna (9%). E c’e’ poi il caso ”eclatante” di Roma che in 15 anni ha visto le superfici urbanizzate aumentare del 12%. Questo l’aspetto principale su cui si concentra il rapporto annuale ‘Ambiente Italia 2011′ di Legambiente, presentato oggi a Roma.
La stima piu’ attendibile di superfici urbanizzate – secondo il rapporto pubblicato da Edizioni Ambiente – e’ di ”2.350.000 ettari”, pari al 7,6% del territorio nazionale, pari a 415 metri quadri per abitante. Il consumo di suolo – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – e’ oggi un indicatore dei problemi del Paese, cosi’ come il ”dissesto idrogeologico. Il rapporto di Legambiente fotografa le emergenze del Bel Paese come l’emergenza abitazioni, il calo del Pil e dei consumi. Tra i problemi irrisolti, Legambiente segnala ancora la mobilita’ e l’inquinamento (soprattutto in Pianura Padana), oltre a occupazione, cultura, e ricerca. Buoni risultati si sono invece raggiunti con l’espansione delle foreste, e (in parte) nel settore dei rifiuti.

Fonte: Ansa

 

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A Parigi, le sanisette: toilettes attente all’ambiente

Se, camminando lungo un boulevard parigino vi troverete di fronte a un modello mai visto prima di toilette, dalla forma che ricorda un tronco d’albero e degli echi di art déco nei motivi dell’entrata, non dovete stupirvi. Si tratta di una delle 400 sanisettes, le nuove creature del designer francese Patrick Jouin.
Con quest’ultima delle sue creazioni, la sanisette-letteralmente ”servizio igienico autopulente”– Jouin, noto ai più per aver disegnato la popolare bicicletta Vélib, vuole abbattere l’opinione comune dei servizi pubblici, generalmente considerati sporchi, angusti, bui e maleodoranti.
A dirlo un sondaggio condotto da un team di studiosi su un campione di persone per rilevare gli aspetti che creano diffidenza verso i bagni pubblici. Le più riluttanti, dichiara lo studio, restano le donne. Da questi dati e dalla necessità di servizi di una città affollata di turisti come Parigi, si è mosso Jouin, il quale ha dichiarato di essersi liberamente ispirato allo stile di Hector Guimard, principale esponente dell’Art Nouveau in Francia. La maggior parte delle persone diffida dei bagni pubblici.
Nel design esterno, il risultato di tale ispirazione è visibile nella struttura ricurva nella parte superiore, con un tetto leggermente spiovente e ad arco, concepito per fornire un riparo per le persone in attesa fuori sotto la pioggia.
Per quanto riguarda gli interni, il designer ha tenuto in alta considerazione le osservazioni riportate dal campione intervistato, rendendo la cabina più spaziosa rispetto al precedente modello, e più luminosa, grazie a un lucernario che, coprendo tutta la superficie del tetto, consente inoltre un’illuminazione naturale. Le nuove sanisettes possono, infatti, dirsi all’avanguardia anche per quanto riguarda la questione ambientale: costruite in acciaio, cemento ed alluminio, tutti materiali riciclabili, i nuovi bagni utilizzano l’acqua piovana, conseguendo un risparmio idrico del 30% di acqua utilizzata.
Il lucernario che svolge da illuminazione in orario diurno, è sostituito durante la notte da un sistema di luci a basso consumo energetico che si attiva automaticamente e che, grazie a un sensore di movimento, si spegne quando all’interno non c’è nessuno. Autopulenti e più numerose rispetto a prima, le sanisettes declinate in chiave sostenibile sono tutte rigorosamente accessibili ai disabili e non dimenticano le esigenze delle mamme, le quali potranno estrarre un piano di ricambio per i propri bébé. E già si parla di esportarle anche fuori dalla capitale francese.

Fonte: Casa&Clima

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Patrick Blanck: l’uomo che inventò i giardini verticali

Nel 1986, quando realizzò la sua prima opera nella Cité de Sciences a Parigi, Patrick Blanck era un botanico visionario a cui era venuta la strampalata idea di ricoprire di verde una parete verticale del museo. Nel 2001, quando rivestì di piante un muro di 30 metri in un hotel nei pressi delle Champs Elysée la sua fama era giunta alla stregua delle grandi archistar. Sono serviti venticinque anni, e innumerevoli minacciose notizie sul futuro del pianeta, per convincere l’opinione pubblica che l’idea di sfruttare i muri dei grandi palazzi per farne dei giardini non fosse poi così assurda. In realtà, l’idea di Patrick Blanck non è nuova alla natura. Egli stesso ammette di aver preso ispirazione da alcuni meravigliosi esempi di piante capaci di crescere sulla roccia, viste in Malesia e Thailandia nel corso dei suoi anni di studio. Fu una rivelazione – dice in un’intervista rilasciata a La Repubblica qualche tempo fa -. Rimasi talmente affascinato che provai a riprodurre quel tipo di vegetazione sui muri di casa mia, mettendo a punto, in assenza di terra supporti speciali e sistemi di irrigazione appropriati. Da quel momento la sua vocazione ha assunto i tratti di una piccola rivoluzione vegetale, grazie alla quale si vedono spuntare immense pareti ricoperte di verde nei centri storici delle città, sui muri di enormi grattacieli della City, su una delle pareti del Parlamento Europeo e attorno ai perimetri di innumerevoli musei.
Tra i progetti che lo hanno reso noto c’è quello realizzato per il Museo di Arte contemporanea di Madrid dove una delle pareti è ricoperta da 24 metri di verde. L’equivalente di 15000 piante e 250 specie diverse. Se pensate che già questa possa essere un’opera monumentale, provate a immaginare un muro di 800mq ricoperto da piante provenienti dal Giappone, dalla Cina, Europa e Stati Uniti. Questa è la dimensione del progetto realizzato per il Museo Quai Branly di Parigi. Le pareti verticali consentono di sfruttare enormi superfici apparentemente inerti e inutilizzabili, facendole diventare parti vive della città.
La componente vegetale strappa la verticalità all’artificialità restituendone una dimensione vivente più vicina agli uomini dice Blanck. Ovvio che la scelta di un piano verticale implica conoscenza e capacità di selezione delle specie. Ancor prima che con la biodiversità, Blanck si è dovuto confrontare però con la forza concreta della natura. Le radici delle piante possiedono una potenza tale da distruggere le mura contro le quale sono attaccate e frantumarle. Per evitare questo, non banale, inconveniente, Blanck ha studiato a lungo il comportamento delle piante giungendo alla conclusione che un sistema di irrigazione frequente e regolare consente alle radici di distribuirsi in orizzontale, rimanendo in superficie. Ed evitando così di infiltrarsi in profondità. A partire da questo fondamento, egli ha ideato un vero e proprio sistema progettuale del peso di 30kg al metro quadro costituito da una base metallica, da un telo in PVC e da uno strato in cartonfeltro. I traversi e i montanti metallici, ancorati al supporto o autoportanti, fanno da base di appoggio (a volte si aggiunge una camera d’aria tra supporto e struttura per favorire l’isolamento degli ambienti). Su di essi, viene steso il telo che serve per omogeneizzare e rinforzare la struttura e il cartonfeltro, che consente di distribuire l’acqua su tutta la superficie. Perché, se non fosse stato chiaro fino ad ora, nei Giardini Verticali di Blanck, non è previsto l’uso della terra. Solo acqua, con l’aggiunta di sali minerali.
Ma quali sono i reali vantaggi di un giardino verticale? Facile immaginare l’impatto sulla fotografia urbana: vedere una superficie interamente verde immersa in un ambiente insolito come quello cittadino è come avere la sensazione di essere improvvisamente altrove. L’effetto di stupore e spiazzamento percepito dagli astanti è complementare al beneficio ambientale di cui godono sia gli abitanti sia coloro che lavorano negli spazi interni ricoperti dalle superfici verdi. La presenza di erba sulla parete di un grande edificio consente all’atmosfera di alleggerirsi di anidride carbonica e al sistema di riscaldamento e raffreddamento di consumare di meno. La vegetazione (e l’antica tradizione delle piante rampicanti ne è testimonianza) fa da isolante termico e fonico. Inoltre consente di rimettere in circolo l’acqua piovana e le acque grigie dei palazzi. Qualcosa di simile sta per essere progettato per il nuovo impianto di Abu Dhabi, dove il prato di circa venticinquemila metri quadri sarà alimentato dall’acqua dei condizionatori. Nel libro “Il bello di essere pianta” (edito da Bollati Boringhieri), Blanck che da autore assume il punto di vista proprio di una pianta, sintetizza il dovere di rispettare la natura parafrasando l’ espressione cartesiana: “Cresco quindi esisto”.
Un punto di vista, quello di Blanck, che prevede la possibilità di immaginare una co-esistenza tra uomo e natura e non un perenne stato di conflitto e di opposizione.

Fonte: GreenMe

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Bio-LED: e gli alberi diventano lampioni

Riuscite ad immaginare come sarebbe passeggiare di notte in parco illuminato da…alberi? Per quanto possa sembrare fantascientifica, l’idea non appare così assurda alla luce di quanto recentemente scoperto da un gruppo di scienziati dell’Academia Sinica e dell’universitàT di Cheng Kung di Taipei, capitanati da Yen Hsun Su. L’inaspettata scoperta, cui ha già dedicato particolari attenzioni la Royal Society of Chemistry, è stata fatta nell’ambito di una ricerca sulle alternative ai LED. L’utilizzo dei LED (diodi ad emissione luminosa) per l’illuminazione è, infatti, molto diffuso in quanto essi presentano una maggiore efficienza rispetto alle lampadine tradizionali: durano più a lungo, consumano meno ed hanno un’elevata luminosità (a tal proposito vi consigliamo di leggere i 10 motivi per scegliere l’illuminazione a LED). Il rovescio della medaglia è rappresentato però dalla notevole tossicità dei componenti chimici dei diodi, in particolare la polvere di fosforo: un problema che nel tempo ha indotto gli scienziati a ricercare soluzioni alternative per garantire un’illuminazione altrettanto efficiente, ma un maggiore rispetto per l’ambiente. Proprio nel corso di esperimenti a tal fine, il gruppo di Taiwan si è imbattuto in un fenomeno inaspettato: impiantando delle nanoparticelle d’oro dalla forma simile ai ricci di mare in piante di Bacopa caroliniana gli studiosi hanno infatti osservato che le foglie producono un’aura luminosa rossastra.
In realtà il fenomeno si spiega abbastanza facilmente, anche se nessuno avrebbe mai pensato di generare luce facilitando la bioluminescenza della clorofilla attraverso particelle auree: è noto infatti che la linfa vitale delle piante, che di solito assorbe luce e colora di un verde brillante il fogliame, emette spontaneamente una luminescenza di colore rosso se esposta ad una lunghezza d’onda superiore ai 400 nm (nello spettro elettromagnetico tra i 400 ed i 100 nm abbiamo i raggi ultravioletti, mentre la luce visibile si colloca tra i 700 ed i 400 nm); le particelle d’oro emettono invece una fluorescenza violetta proprio intorno ai 400 nm. Ed ecco che in modo del tutto casuale nel corso degli esperimenti si è osservato come la diffusione delle nanoparticelle nella clorofilla faciliti la sua naturale emissione luminosa e induca la produzione di una diffusa fluorescenza rossastra. Per quanto lo studio sia ancora in fase iniziale, le prospettive sono decisamente interessanti: Yen Hsun Su è convinto che il “bio-LED” potrebbe essere utilizzato in futuro per illuminare le strade di notte. Oltre a registrare un notevole risparmio energetico, l’utilizzo di alberi-lampioni aumenterebbe anche l’assorbimento di anidride carbonica, in quanto la luminescenza stimolerebbe i cloroplasti a svolgere la fotosintesi. Insomma: niente inquinamento, nessun consumo e riduzione di CO2 per 24 ore al giorno. Vedremo davvero gli alberi brillare di luce propria? Di sicuro ci vorrà del tempo per appurarlo, ma nell’attesa che si “faccia luce” sull’effettiva possibilità di indurre il medesimo processo anche in altre piante nonché sui possibili effetti collaterali dell’impianto, a noi rimane il sogno di una notte di aria pulita, alberi e stelle.

Fonte: Greenme

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Nottingham si muove con tram elettrici e piste ciclabili

Famosa oltre che per il suo leggendario sceriffo (colui che dava la caccia Robin Hood) , ora si distingue anche per la sua ecosostenibilità, può vantare infatti il titolo di città meno auto-dipendente di tutta la Gran Bretagna. Questo grazie alla sua rete di autobus e tram che insieme a un gran numero di piste ciclabili e a un’avversione per i grandi shopping-center nei sobborghi, hanno convinto gli abitanti a utilizzare il meno possibile la macchina, preferendo mezzi alternativi, tra cui trasporti pubblici e la bicicletta quando proprio non è possibile ricoprire i percorsi con le proprie gambe.
Nell’ultimo decennio la città di Robin Hood ha fatto importanti investimenti in 50 chilometri di piste ciclabili,  tram elettrici e un vasto servizio di bus urbani. La creazione di vasti centri commerciali lungo la cintura di periferia è stata scoraggiata, a differenza di tutte le altre città. Il successo di Nottingham deriva dalla capacità di aver saputo offrire alla gente un’alternativa valida ai trasporti privati. Londra segue al secondo posto della graduatoria per la minore dipendenza dalle automobili. La sua metropolitana trasporta 4 milioni di persone al giorno, con gli autobus che portano altri 3 milioni; è stato inoltre introdotto un valido servizio di biciclette a noleggio dislocato per l’intera città. Al terzo posto Brighton, e al quarto Manchester.

Fonte: BlogEcologia

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Torino e la riqualificazione urbana

La rivista “Architetura del Paesaggio” ha selezionato i giardini pubblici di Casino Barolo di Torino, tra i migliori paesaggi italiani degli ultimi 60 anni. Grazie ad arredi creativi e alla nuova luce il parco dà vita e smalto a un’ampia zona pubblica a rischio di abbandono.
Casino Barolo è il nome di un’antica cascina della periferia Nord di Torino. In questa zona oggi in grande sviluppo residenziale e commerciale, è stato realizzata una nuova area verde. Autori del progetto: gli architetti paesaggisti Marco Minari e Paolo Mighetto, con l’architetto Alessandra Aires del settore urbanizzazioni del Comune di Torino.
Il progetto – spiega Aires – si inquadra nel piano regolatore del Comune di Torino che prevede la conversione ad area pubblica dell’80 per cento del territorio su cui vengono costruiti nuovi edifici residenziali. In questo caso l’intervento riguarda un’area di dimensioni notevoli, 48mila metri quadrati, in cui oltre al verde sono state realizzate piste ciclabili, percorsi fitness, parchi giochi per bambini e altri servizi utili, il tutto con una nuova illuminazione pubblica. Abbiamo riqualificato – specifica Minari – una vasta area con molto verde, visto che sono stati messi a dimora di 90 alberi, 1000 piante tappezzanti e 10 mila arbusti. Il primo obiettivo del progetto – aggiunge Mighetto – era quello di trovare un collegamento tra aree diverse fra loro: l’antica cascina del ‘700, i vecchi fabbricati industriali e i grandi palazzi residenziali. Il giardino diventa quindi l’elemento centrale per la vivibilità della zona. Già in fase di progetto – aggiunge Aires – abbiamo puntato al coinvolgimento degli abitanti del quartiere, a partire dai bambini della scuola elementare. Un modo per avere un apporto creativo, ma anche per sviluppare nei bambini una cultura di maggiore rispetto verso le aree pubbliche. Ne è risultato un progetto molto articolato, che offre opportunità diverse. Per esempio, abbiamo creato una zona destinata agli orti, che saranno assegnati agli abitanti della zona, con precedenza alle persone a basso reddito, per le quali l’orto può rappresentare un contributo importante anche nel bilancio familiare.
I giardini si discostano molto dal classico giardino pubblico, anche per l’arredo urbano. Grande uso del colore per differenziare i percorsi pedonali e ciclabili, sedute originali come i grandi divani di cemento, la scelta di apparecchi di illuminazione dalle forme insolite come l’Iris (Disano illuminazione) montato su palo Ma-Tita.
In periferia – spiega Mighetto – è importante non cadere nell’anonimato che rende spesso rende le aree verdi zone poco frequentate e poco sicure. Abbiamo cercato di realizzare un’area più viva e funzionale, piacevole da attraversare in bicicletta o per fare un po’ di esercizio all’aria aperta. Anche la scelta delle piante è stata fatta con i bambini, ed è stata progettata in modo da avere diverse gradazioni di verde e colori diversi anche nella stagione invernale. In questa caratterizzazione del progetto – aggiunge Aires – rientra anche le scelta per l’illuminazione. Abbiamo scelto il palo Ma-Tita proprio perché ha una linea assolutamente diversa da un palo classico. Credo che sia l’unico palo della luce in commercio dedicato ai bambini. Sicuramente la forma era la più interessante in questo contesto ludico e colorato. L’illuminazione è un elemento fondamentale di questo progetto – precisa Minari – perché le sedute e gli spazi di ritrovo sono pensati per essere utilizzati anche nelle ore serali. Torino come molte altre città vive sempre di più anche di notte e non solo in centro. Proprio in aree più periferiche come questa è importante popolare il territorio nelle ore serali e non abbandonarlo alla delinquenza e al vandalismo. L’illuminazione evidenzia i percorsi, definisce con un cono di luce le aree dove fermarsi a parlare, valorizza anche i particolari più interessanti come certe piante o le sedute più originali.

Fonte: Archilight

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Oslo: coi rifiuti campani combustibile per anni

C’è un paese, in Europa, che fa pubblicità ai rifiuti campani. È la Norvegia che, già da qualche settimana, sogna di poter bruciare la monnezza campana. La tv pubblica norvegese, Nrk, ha dedicato alcuni servizi giornalistici a quella che viene definita «una ghiotta opportunità»: la quale, se colta al volo, andrebbe a incrementare la capacità energetica del paese scandinavo. La clemenza (interessata) dei norvegesi arriva fino al punto di eludere del tutto le informazioni su quanto avviene in Campania: sull’emergenza ambientale e sulle responsabilità politiche del disastro. Invece, si spiega ai telespettatori che favorire il trasferimento dei rifiuti campani a tremila chilometri di distanza significherebbe assicurarsi combustibile per molti anni. Abbiamo inviato due nostri rappresentanti a Napoli — ha commentato Gerner Bjerkås, responsabile della comunicazione dell’agenzia per l’energia di Oslo — perché è nell’interesse di tutti che la capitale norvegese riempia il proprio inceneritore.
Ottantamila tonnellate di frazione secca destinata a quattro impianti: tre norvegesi e uno svedese. Secondo i piani, la Provincia di Napoli dovrebbe pagare 90 euro a tonnellata.
Il trasporto, poi, sarebbe garantito dalle navi che arrivano nel porto partenopeo cariche di cartone e legno: anziché farle rientrare a vuoto, ripartirebbero cariche di rifiuti. La fase sperimentale — secondo la tv norvegese — sarà avviata all’inizio del prossimo anno, con i primi viaggi. Germania primo importatore In Italia, il 90 per cento dei rifiuti esportati finisce negli impianti degli altri paesi europei. In vetta c’è la Germania che importa il 47 per cento dei rifiuti speciali e quasi la totalità degli speciali pericolosi. Quindi, c’è la Grecia, con il 18 per cento dei rifiuti accolti. Il Regno Unito, con il 10%; la Francia, con il 4%. Ma anche la Cina importa l’8 per cento della spazzatura made in Italy. Un milione e 400 mila sono le tonnellate di rifiuti importati in Italia e si tratta prevalentemente di speciali non pericolosi. Dalla Germania arriva il 25% della spazzatura importata; segue la Svizzera, con il 23 per cento; e la Francia, con il 21%. L’Italia importa soprattutto legno, metalli, vetro, materiale in plastica, veicoli fuori uso e imballaggi.
La Norvegia è lieta di accogliere la nostra spazzatura. Tuttavia, occorre che la gara bandita dalla Sap.Na — la società provinciale partenopea — venga svolta, dato che l’avviso pubblico richiedeva al mercato soltanto una manifestazione di interesse. Ma perché Norvegia, Svezia, Germania sono pronte e, anzi, chiedono di bruciare i nostri rifiuti? La verità è che si trovano ad aver osservato in pieno le disposizioni del cosiddetto principio di precauzione della Ue, in virtù del quale ogni regione, land o paese che sceglie di realizzare un piano di smaltimento e riciclo dei rifiuti deve pianificare una dotazione energetica superiore al fabbisogno previsto, in modo tale da assicurare, in caso di lavori di manutenzione o di stop imposto all’attività di un impianto, la possibilità di poter far riferimento all’impianto più vicino. A tutto questo, si aggiunge che nei paesi nordici il freddo si fa sentire e, soprattutto, è la crisi a ridurre la produzione del rifiuto domestico.
Anche Napoli con la crisi economica ha ridotto di quasi un punto e mezzo percentuale — secondo fonti Asìa — la produzione media di spazzatura nel 2009 rispetto al 2008: si è passati dalle 585 mila tonnellate di due anni fa alle 568 mila dell’anno scorso. Fino allo scorso ottobre, il calo registrato è stato di quasi l’un per cento e il trend su base annua proietta un dato finale che potrebbe aggirarsi intorno alle 559 mila tonnellate. Sempre secondo l’azienda municipalizzata di Napoli, tuttavia, un altro nodo da sciogliere riguarda il deposito di spazzatura proveniente dalle città limitrofe al capoluogo campano. Ci sono grandi città vicino a Napoli — spiega Daniele Fortini, ad di Asìa — che dal 2009 al 2010 sono passati ad una riduzione della produzione del rifiuto solido urbano del 20%. Certo, fanno la differenziata spinta. Ma la riduzione della spazzatura di casa come si giustifica? La crisi economica ha messo in ginocchio intere città virtuose? Noi, quasi ogni mattina, siamo costretti a raccogliere 140 tonnellate di rifiuti abbandonate durante la notte in una strada di collegamento periferico con i comuni vicini. Sui 1926 denunciati, l’anno scorso, per abbandono di rifiuti per strada, sa quanti sono stati i cittadini napoletani? Soltanto undici.
L’assessore all’ambiente della Campania, Giovanni Romano, attacca il Comune di Napoli e l’Asìa per le 1800 tonnellate giacenti sulle strade cittadine. Ma Asìa fa sapere che 81 suoi mezzi sono rimasti in coda davanti allo stir di Caivano, l’altra notte, con tempi di previsione di scarico di circa 28 ore. Con, ovviamente, un incremento vertiginoso dei costi. Così è accaduto a Chiaiano, dove, nelle ultime ore, sono stati respinti 32 autocompattatori di Napoli. Arbitrio e discrezionalità dei gestori degli impianti — confessano gli operatori dell’azienda di Napoli — impediscono che gli stessi stir e le discariche possano lavorare il doppio di quanto fanno. Insomma, il ciclo di smaltimento resta fragile. Ma il sospetto che di tanto in tanto qualcosa non vada per il verso giusto si fa sempre più largo. Dalla prossima settimana — annuncia l’assessore Romano — mille tonnellate di rifiuti campani prenderanno la strada del Lazio, dove saranno smaltiti in 4 o 5 giorni. E il governatore Stefano Caldoro ha confermato che Puglia, Toscana, Lazio, Emilia Romagna, Marche e Molise hanno offerto piena disponibilità ad accogliere una parte dei rifiuti dalla Campania. Siamo ancora alle intese. A Napoli la situazione è disperata, sebbene la quantità di monnezza non cresca in termini esponenziali come, invece, accade in provincia dove, in pochi giorni, si è passati da 9 mila a 11 mila tonnellate per strada. E le soluzioni, per ora, sono solo oggetto di trattativa tra Regioni e paesi scandinavi.

Fonte: CorriereDelMezzogiorno

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Si rompe l’acquedotto del Sele: emergenza idrica a Salerno

Scuole chiuse, rifornimenti con autobotti e assalto ai negozi per comprare acqua minerale. La rottura dell’acquedotto del Sele a causa del maltempo ha portato scompiglio in provincia di Salerno. Per Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, è il risultato di anni di negligenza, malgoverno e inefficienza. Scuole chiuse, acqua contingentata e scene inquietanti con autobotti e assalto ai supermercati per rifornirsi di acqua minerale. È accaduto in provincia di Salerno, nei 14 Comuni serviti dall’acquedotto del Sele dopo la rottura della condotta verificatasi ieri in occasione dello straripamento del fiume.  Mezzo milione di persone è rimasto senz’acqua.
Una regione che fa acqua da tutte le parti, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: una popolazione e un’economia messa in pericolo per una pioggia seppure intensa. È veramente indegno per un paese civile che 500mila persone rimangano senza un bene primario come l’acqua a causa di una calamità naturale che di naturale ormai ha ben poco. Così Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, commenta l’emergenza maltempo nella regione e, in particolare, le criticità che stanno affliggendo il salernitano dopo le piogge torrenziali di questi giorni. Quello che sta succedendo nel salernitano – sottolinea Buonomo – è il risultato di anni di negligenza, malgoverno e inefficienza con corsi d’acqua e valloni di scolo ridotti a discariche, cementificazione selvaggia, manutenzione ordinaria al lumicino. E a pagare sempre e solo i cittadini, l’ambiente ed il territorio – ribadisce il presidente regionale di Legambiente – bisogna intervenire subito a rischio un’intera economia, la salute dei cittadini, e la vita quotidiana di tante città. Ora – conclude Buonomo – è necessario che ognuno si rimbocchi le maniche e garantire alla popolazione l’acqua e invitiamo a denunciare speculazioni e avvoltoi pronti a fare affari sfruttando l’emergenza di queste ore.

Fonte: LaNuovaEcologia

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Atree? l’installazione eco-sostenibile che si pianta

Un’installazione ecosostenibile e vivente è stata presentata al BOARD, il Concorso Europeo di Architettura, Design, Realizzazioni in Eco ed Agro Materiali organizzato in collaborazione tra Francia e Germania. Il nome del progetto è Atree? così chiamato perché costituito da alberi. In realtà però, il punto interrogativo finale vuole farci dubitare del fatto che si tratti semplicemente di alberi. Ma allora cos’è veramente Atree??
E’ un’installazione ecologica ed ecosostenibile perché non realizzata con i tradizionali materiali da costruzione, bensì con degli alberi. In pratica, si può dire che “Atree?” è un’installazione che non si costruisce: si pianta! Il progetto è costituito dall’accostamento e l’intreccio di salici di una specie che ha la capacità di crescere molto rapidamente. Si parla infatti di uno sviluppo in altezza di 2 metri all’anno. I salici sono intrecciati tra loro a creare giochi di forme grazie ad una bioplastica trasparente interamente degradabile costituita da olio di ricino. E’ la “poliammide 11” che, ricavata da sostanze di origine vegetale, ha ottime caratteristiche di resistenza termica e all’usura oltre alla possibilità di essere riciclata per essere impiegata sotto forma di tubi e componenti elettronici vari. Una volta terminata la sua crescita (non si può parlare di costruzione in questo caso), che avviene in circa 2 anni e mezzo (30 mesi), Atree? servirà a migliorare l’aspetto di aree degradate e non, dei centri urbani e a far nascere nei cittadini la consapevolezza dell’importanza del riciclo, del rispetto della natura e delle sue risorse. L’installazione potrà essere personalizzata a seconda della tipologia dei luoghi in cui verrà piantata. Al suo interno si potrà sostare, se gli alberi saranno disposti in circolo; potrà invece accompagnarci nelle nostre passeggiate se gli alberi saranno intrecciati e poi collocati in maniera puntuale lungo un percorso. Aggregate tra loro, le installazioni di Atree, potranno dare l’impressione di stare nel bel mezzo di un boschetto. Un boschetto artificiale, in cui i tronchi degli alberi seguono un andamento stabilito dagli ideatori, a dimostrazione che uomo e natura possono collaborare e coesistere senza entrare necessariamente in conflitto tra loro. L’opera è attualmente esposta al Castello di Chantilly in Francia, dove è cresciuta.

Fonte: ArchitetturaEcoSostenibile

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Svelato il maxi-progetto urbano che disegna il nuovo volto della darsena di Ravenna

Gli studi milanesi Metrogramma B&F e Chapman Taylor Architetti disegnano un nuovo quartiere di 50mila metri quadrati lungo il waterfront di Ravenna.
Si tratta del maxi intervento di trasformazione urbana di una storica area di proprietà di Cmc (Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna) con il quale si avvia quel percorso di riconversione delle aree  produttive sulla darsena che i cittadini attendono da anni.
Incaricati separatamente per la progettazione della nuova sede (Metrogramma) e per la trasformazione dell’attuale sede in un complesso commerciale (Chapman Taylor), i due studi lavorano oggi in sinergia per realizzare un vero e proprio nuovo quartiere. L’ articolato programma prevede infatti un mix funzionale: non solo la rilocazione degli uffici Cmc, ma anche la realizzazione di spazi commerciali, aree per la ristorazione, un comparto destinato alla ricettività, nonché piazze, parchi e piste ciclabili.
L’obiettivo è realizzare un luogo aperto da restituire alla città, con servizi e spazi collettivi. Il valore dell’operazione è di 150 milioni di Euro. Si prevedono circa due anni di lavori con inizio nel 2011. L’asse che distribuisce gli attuali uffici Cmc diventerà un “boulevard galleria” aperto alla città. L’edificio di archeologia industriale è stato modificato nella parte centrale per consentire la realizzazione di un secondo livello terziario sopra il piano commerciale che si sviluppa al piano terra. La sopraelevazione avviene attraverso la costruzione di alcuni prismi di vetro giustapposti che consentono l’ingresso di  luce naturale all’interno della galleria.
I volumi di nuova costruzione sono disposti a pettine ortogonalmente all’asse della galleria e paralleli al canale della Darsena. Ne risulta una nuova geometria complessiva che disegna tra il manufatto storico e i nuovi volumi una grande piazza pubblica su cui si affacceranno ristoranti, negozi e spazi collettivi. Sul margine ovest dell’area, lungo la Via Zara, si svilupperà il sistema delle residenze ERP con i relativi spazi verdi attrezzati. Anche in questo caso, i nuovi manufatti sono stati disposti ortogonalmente all’asse principale della passeggiata.
Landmark del progetto sarà una torre alta 70 metri che sorgerà sul fronte del Canale Candiano insieme ad una piastra ed un edificio lineare. Mentre la torre rappresenta un nuovo segno distintivo sul “waterfront”, la piastra genera una serie di terrazze e piazze che intendono valorizzare al massimo l’affaccio sul canale come luogo di incontro e di scambio.
Il principale materiale di costruzione – spiegano Andrea Boschetti di Metrogramma e Alessandro Stroligo di Chapman Taylor Architetti – sarà proprio il cemento visto il nome e la peculiarità originaria della cooperativa committente, che verrà riproposto in chiave contemporanea attraverso sistemi avanzati di prefabbricazione ad alta efficienza energetica. Gli edifici saranno rivestiti da pannelli in cemento e vetro colorato in pasta. In questa maniera si alterneranno opacità e trasparenze, masse volumetriche e vuoti in un gioco dove la misura e la scala diventano variabili secondarie. Il progetto – aggiungono gli architetti – offrirà alla Ravenna di domani l’occasione più importante per valorizzare un luogo magico come quello della Darsena di Città; una nuova porzione di città contemporanea densa di nuovi servizi, spazi collettivi e verde. Il progetto intende enfatizzare, infatti, l’idea di rottura dei recinti produttivi attraverso un progetto che intende rendere completamente attraversabile l’area. Al centro di tutto, l’idea di un grande spazio pubblico quale simbolo principale della riconquista collettiva di suolo per la città. Certamente questa appare una grande occasione per mettere al centro degli obiettivi, oltre che gli interessi di una azienda, quelli di un’intera comunità.

Fonte: Archiportale

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Nuovi spazi per Spoleto: in gara idee per un nuovo insediamento in prossimità dell’ex “Piazza d’Armi”

Parte la quarta edizione del Premio di Architettura FBM, dal titolo Nuovi spazi per Spoleto. Organizzato da Fornaci Briziarelli Marsciano in collaborazione con Il Giornale dell’Architettura, impegna i partecipanti nella progettazione di un nuovo insediamento a destinazione mista nell’area abitata in prossimità dell’enorme e importante area militare dell’ex- “Piazza d’Armi”. La zona è collocata in posizione nevralgica a nord della città e dall’alto potenziale per il futuro sviluppo di Spoleto.
L’insieme degli interventi è volto alla costruzione di spazi pubblici che usino la nuova strada come occasione per definire nuove relazioni urbane tra gli spazi adiacenti, inclusa l’area della stazione ferroviaria. Come nelle precedenti edizioni il premio è diviso in due fasi: una prima fase a procedura aperta, verte sul tema della riqualificazione urbana e porta alla selezione di 6 gruppi di progettazione che vengono invitati ad incontrare rappresentanti dell’amministrazione comunale per approfondire quello che sarà il tema della seconda fase. Sarà oggetto di valutazione la capacità da parte dei concorrenti di trovare il migliore rapporto tra pieni e vuoti in relazione alla qualità urbana interna al progetto e al rapporto con il tessuto esistente, con particolare attenzione al disegno e alla calibrazione del disegno degli spazi aperti. Grande importanza rivestirà la capacità, da parte dei partecipanti, di inquadrare la collocazione delle funzioni richieste all’interno delle aree individuate per la riqualificazione di tutto il contesto urbano che gravita intorno al nuovo asse viario. A questo proposito, è lasciata piena libertà nel togliere alberature esistenti, oppure nel piantare nuove essenze arboree per creare una nuova condizione paesaggistica che valorizzi le relazioni con le preesistenze monumentali ed ambientali del sito.
Sono ammessi a partecipare al Premio di Architettura tutti gli studenti di corsi di laurea italiani in architettura e i neolaureati da non più di 5 anni, anche se già in possesso di abilitazione all’esercizio della professione, purchè di età inferiore ai 30 anni alla data del 30 Gennaio 2009. E’ ammessa la partecipazione di gruppi di progettazione.
La consegna degli elaborati in prima fase è fissata per il 30 Gennaio 2011, mentre per la consegna in seconda fase la data di scadenza è fissata per il 20 giugno 2011. Il Premio di Architettura terminerà con la nomina di un vincitore e di 5 menzioni secondo quanto deciso dalla Giuria e con l’assegnazione di un premio in denaro di 3mila euro per il vincitore e di cinque rimborsi spese di mille e 500 euro per gli altri partecipanti alla seconda fase.

Fonte: Archiportale

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Rapporto annuale di Legambiente: vince Belluno, ultima Catania, peggiorano i grandi centri, risorge la Campania

Sul podio ci sono Belluno, Verbania e Parma. In fondo alla classifica, invece, Palermo, Crotone e Catania. Ma l’allarme arriva soprattutto dalle grandi città. Ad eccezione di Torino, infatti, tutti i centri urbani con più di mezzo milione di abitanti hanno peggiorato il loro stato di salute ambientale: tra questi Milano, Roma, Napoli e Palermo. È quanto emerge dalla 17/a edizione di Ecosistema urbano, annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia, realizzato in collaborazione con Il Sole 24ore.
La graduatoria si basa su diversi parametri: trasporto pubblico, isole pedonali, zone a traffico limitato, depurazione delle acque, raccolta differenziata. Nella top ten ci sono anche Trento, Bolzano, Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e Livorno. Il dossier evidenzia però la “pessima aria” che si respira a Milano: (63/a in classifica, era 46/a nel 2009) che peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria; e mentre Napoli (96/a, -7 posizioni) e Palermo (101/a, -11) «soccombono» sotto i cumuli di rifiuti nelle strade, a Roma (75/a, -13) i cittadini patiscono gli «effetti dannosi di una mobilitazione scriteriata». La vera emergenza nelle nostre città – ha sottolineato il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – è rappresentata spesso dalla mancanza di coraggio e modernità da parte di chi le governa. Ci sono però anche segnali positivi. La conferma di Salerno (19ª, era 34ª nella passata edizione) e la comparsa di Avellino (29ª, 80ª lo scorso anno), ad esempio, avvengono principalmente per un impressionante balzo in avanti nei numeri della raccolta differenziata dei rifiuti, messo insieme a performance complessivamente buone. Segno indiscutibile che qualcosa di buono, con fatica, riesce ad emergere tra le tante difficoltà di un pezzo fondamentale del Paese, il Meridione.

Fonte: Corriere

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Napoli: svelato il progetto per il nuovo quartiere a est della città

Napoli trasforma l’ex Manifattura Tabacchi in un nuovo quartiere urbano con attività commerciali, residenze ed ampi spazi pubblici per l’aggregazione sociale. Il progetto, commissionato da Fintecna Immobiliare allo studio Mario Cucinella Architects, è stato svelato nei giorni scorsi. L’intervento interessa un’area di circa 170mila metri quadrati e prevede 590mila m³ di cubatura, che comprendono il recupero di alcuni edifici preesistenti e la realizzazione di nuove strutture per la residenza, il commercio ed i servizi. Metà del nuovo quartiere sarà residenziale; la restante porzione sarà destinata all’attività produttiva. In tal modo l’area, che prima ospitava soli insediamenti per la produzione di beni e servizi, viene trasformata in un nuovo importante tassello urbano.
Il progetto – spiegano da MCA – parte dal presupposto di conservare la memoria della manifattura, dei suoi edifici simbolo e delle sue aree verdi di maggior qualità e si pone come obiettivo la costruzione di un nuovo tessuto urbano. In questo modo l’area, prima destinata alla sola attività produttiva, si rinnova conquistando un ruolo importante per la città.
L’obiettivo è offrire ai cittadini un nuovo quartiere verde: un grande spazio pubblico lineare, sul quale si affacciano i blocchi edilizi commerciali e direzionali, viene attrezzato con giardini pubblici sui bordi diventando un nuovo asse verde e pedonale. Si tratta di uno spazio sociale e di relazione, dove si collocano le funzioni di interesse pubblico – uffici, negozi, la posta – e sul quale si affacciano tutte le residenze.
Il progetto è firmato per la parte paesaggistica dallo studio Land (Landscape Architecture Nature Development).
Un’attenta analisi del sito e delle sue caratteristiche climatiche – aggiungono i progettisti di MCA –  ha permesso l’applicazione di tutte le strategie, attive e passive, per raggiungere gli obiettivi di maggior risparmio energetico e di minor impatto ambientale.

Fonte: Archiportale

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Italia: più 4 milioni di case negli ultimi 10 anni e più 5,2 milioni di case vuote

Un'altra casaIn 10 anni sono stati costruiti in Italia 4 milioni di case. Contemporaneamente ci sono 5,2 milioni di case vuote solo nelle grandi città. A proposito del consumo di territorio nel 1995-2006 sono arrivati i calcoli di Legambiente. Il rapporto si intitola “Un’altra casa”  (qui, il comunicato stampa di Legambiente). I calcoli di Legambiente non riguardano il suolo urbanizzato ma solo quello occupato dagli edifici in senso stretto. Nel 1995-2006 ne sono stati costruiti per 72.000 ettari (720 chilometri quadrati, se preferite), senza tener conto delle strade per arrivarci. E senza tener conto di parcheggi e giardini. Come mai è così difficile trovare casa, allora?
I 72.000 ettari che a Legambiente risultano edificati in 10 anni sono si traducono appunto in 4 milioni di alloggi. Più quelli ampliati. Più quelli condonati o tuttora abusivi. Più uffici, capannoni e centri commerciali. A Legambiente risultano anche 5,2 milioni di alloggi vuoti nel 2009 solo ne lle grandi città: rappresentano 1,2 milioni di alloggi in più rispetto a quelli edificati nel decennio precedente. E alle case vuote nei grandi centri urbani bisogna aggiungere le case di villeggiatura e le case sfitte nei centri abitati di piccole e medie dimensioni. Significa che il patrimonio abitativo del 1995 bastava ed avanzava abbondantemente all’Italia del 2006. Nel 2009 nelle grandi città c’erano 5,2 milioni di alloggi vuoti ma si sono verificati 61.000 sfratti esecutivi: gente che ha dovuto lasciare la propria casa senza essere riuscita a trovarne un’altra. E’ assurdo, non vi pare? Però questa assurdità è la realtà italiana. Legambiente la spiega chiamando in causa la pessima qualità del patrimonio abitativo, la mancanza di edilizia pubblica (cioè di case affittate a basso prezzo), la speculazione edilizia, la tendenza ad investire i capitali rientrati dall’estero in mattoni e cemento. Tutto vero. Io però lo direi anche in un altro modo: la libertà di costruire (le deregulation, i condoni varati o tentati e tutto il resto) non ha risolto – e anzi ha aggravato – i mali italiani. Quei 5,2 milioni di alloggi inutilizzati ce li ritroviamo sulla gobba tutti. Non solo sotto forma di scempio paesaggistico, infinite periferie urbane e consumo di territorio: è la semplice legge della domanda e dell’offerta. Il mattone è una bolla, prima o poi scoppierà. Con tutta quell’edilizia inutile e inutilizzata, i prezzi già stanno scendendo (crollate le compravendite, cresciuto l’invenduto, nota Legambiente) e non potranno che crollare. Ci rimetteranno coloro che hanno investito nella casa i sudati risparmi di una vita. Ma prima o poi qualche grande costruttore rimarrà con il cerino in mano.

Fonte: Blogeko

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Nottingham città modello: tram elettrici e piste ciclabili

Famosa oltre che per il suo leggendario sceriffo (colui che dava la caccia Robin Hood) , ora si distingue anche per la sua ecosostenibilità, può vantare infatti il titolo di città meno auto-dipendente di tutta la Gran Bretagna. Questo grazie alla sua rete di autobus e tram che insieme a un gran numero di piste ciclabili e a un’avversione per i grandi shopping-center nei sobborghi, hanno convinto gli abitanti a utilizzare il meno possibile la macchina, preferendo mezzi alternativi, tra cui trasporti pubblici e la bicicletta quando proprio non è possibile ricoprire i percorsi con le proprie gambe. Nell’ultimo decennio la città di Robin Hood ha fatto importanti investimenti in 50 chilometri di piste ciclabili,  tram elettrici e un vasto servizio di bus urbani. La creazione di vasti centri commerciali lungo la cintura di periferia è stata scoraggiata, a differenza di tutte le altre città. Il successo di Nottingham deriva dalla capacità di aver saputo offrire alla gente un’alternativa valida ai trasporti privati. Londra segue al secondo posto della graduatoria per la minore dipendenza dalle automobili. La sua metropolitana trasporta 4 milioni di persone al giorno, con gli autobus che portano altri 3 milioni; è stato inoltre introdotto un valido servizio di biciclette a noleggio dislocato per l’intera città. Al terzo posto Brighton, e al quarto Manchester.

Fonte: BlogEcologia

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Rifiuti: parte differenziata doc, il 2 ottobre in piazza

I cartoni della pizza con residui di cibo, i fazzoletti usati o gli scontrini mai nel cassonetto della carta; l’ involucro di plastica delle merendine sempre separato dalla vaschetta di cartone o i barattoli di vetro dal tappo di metallo. Regole base della raccolta differenziata. Ma in quanti lo sanno o lo fanno? In Italia lo smaltimento dei rifiuti urbani per tipo di materiale, con qualche ombra ma anche con eccellenze, si fa ma spesso si fa male mentre piccoli gesti di ‘qualita” possono dare una svolta importante per il buon riciclo. Ne sono convinti il ministero dell’Ambiente e il Consorzio nazionale imballaggi (Conai) che a Milano hanno lanciato la 1° Giornata nazionale del riciclo e della raccolta differenziata di qualità, sabato 2 ottobre in 20 città italiane. Per loro anche le dieci regole d’oro per una differenziata di qualità e sei panchine di design per ciascuna città realizzate utilizzando esclusivamente materiali di imballaggio provenienti da riciclo. La raccolta differenziata – afferma il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo – è il punto di partenza essenziale di un corretto ciclo di smaltimento dei rifiuti che, nella loro quasi totalità, non sono uno scarto ma una risorsa che può essere utilizzata come materia prima per realizzare nuovi oggetti o come fonte di energia. Grazie a un piccolo impegno quotidiano per fare bene la raccolta, è possibile migliorare ancora il riciclo, ha detto Piero Perron, Presidente di Conai. Il decalogo – ha riferito Antonio Giuliani, dirigente dell’ufficio di gabinetto del ministero dell’Ambiente – è valido per tutto il Paese. Si parte con questa campagna ma l’obiettivo è tendere a uniformare la qualità per tutto il territorio.
E differenziare bene è anche una questione di colore. Per quanto riguarda la plastica, infatti, lo smaltimento costa di più con le bottigliette di colore azzurro, secondo il Consorzio per la plastica, Corepla, 150 euro a tonnellata. Tanto che in Giappone si sta procedendo al divieto di adottare la colorazione azzurra. Infine l’impegno Conai con i comuni. Il Consorzio, ha sottolineato il direttore generale, Walter Facciotto sostiene, nell’ambito dell’accordo quadro con l’Associazione nazionale dei comuni italiani, Anci, le amministrazioni locali nel perseguire obiettivi di qualità attraverso il versamento dei corrispettivi economici, nel 2009 oltre 400 milioni di euro.


Ecco la fotografia dell’Italia che ricicla:
GIORNATA NAZIONALE RICICLO: Il 2 ottobre in 20 città (Ancona, Aosta, Arezzo, Bari, Bologna, Caserta, L’Aquila, La Spezia,Matera, Milano, Oristano, Perugia, Reggio Calabria, Roma,Siracusa, Termoli, Trento, Treviso, Trieste, Vercelli). Nelle 20 piazze ci saranno punti informativi dove verrà distribuito Il Decalogo della raccolta differenziata di qualità;
QUANTO VALE UNA DIFFERENZIATA DI QUALITA’: Il miglioramento della qualità della raccolta differenziata -classificata per fasce di qualità che misurano omogeneità, presenza di materiali estranei non riciclabili – si traduce, per un comunedi 100.000 abitanti (con una raccolta differenziata complessiva intorno al 45%) in corrispettivi economici che vanno dai 232.000 euro all’anno per materiale classificato in 3/a fascia di qualità per arrivare a circa un milione di euro l’anno per materiale classificato in 1/a fascia di qualità, quadruplicando quindi i corrispettivi. Un meccanismo, che per una città di 1.000.000 di abitanti (con una differenziata intorno al 45%), prevede finanziamenti che possono arrivare a 9,5 milioni di euro l’anno per una raccolta differenziata di 1/a fascia;
I NUMERI DEL RICICLO: i risultati nazionali di recupero dei rifiuti di imballaggio di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro raggiungono il 73,9%, equivalente a 8.024.000 tonnellate recuperate su 10.863.000 tonnellate immesse al consumo. Il sistema ha registrato una crescita del recupero complessivo del 5,25% rispetto all’anno precedente (da 68,6% a73,9%) e una riduzione delle quantità di rifiuti di imballaggio destinate a discarica (nel 2009 sono scese al 26% del totale deirifiuti da imballaggio);
DAL CASSONETTO ALLO SCAFFALE: servono 19.000 barattoli per conserve per produrre un’auto; occorrono 37 lattine per fare una caffettiera da tre tazze; quasi il 90% delle scatole per pasta,calzature e altri prodotti di uso comune sono realizzati in cartoncino riciclato; con il riciclo di una cassetta di legno si ottiene un attaccapanni; con 27 bottiglie di plastica si fa una felpa in pile; il 66% delle bottiglie di vetro oggi immesse al consumo nel Paese è fatto con vetro riciclato proveniente dalla raccolta differenziata nazionale.

Fonte: Ansa

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