Articoli relativi a ‘Geothermal Training Program della United Nations University’

Geotermia: prima fonte energetica in Africa Orientale?

La Rift Valley, nell’ Africa orientale, è una delle zone geologicamente più attive al mondo, e ha quindi un enorme potenziale di energia geotermica, valutato in almeno 15.000 MW elettrici tecnicamente ed economicamente installabili con le attuali tecnologie. I Paesi della regione, dove buona parte della popolazione non ha accesso all’elettricità, stanno cercando di sfruttare questa opportunità per estendere la copertura della rete e ridurre la dipendenza dall’energia idroelettrica, soggetta all’irregolarità stagionale delle piogge.
Il Paese geotermicamente più avanzato dell’Africa è il Kenya, che ha già realizzato impianti per 210 MW e punta ad arrivare a 2.300 MW entro il 2020. Un obiettivo ambizioso, visto che l’intera potenza elettrica installata a fine 2010 in Kenya era di circa 1.300 MW.
Ma ancor più ambiziosi, in proporzione, sono i programmi del Ruanda, un Paese che ha 10 milioni di abitanti e una potenza elettrica installata (da tutte le fonti) di appena 70 MW. Nei Piani governativi del Ruanda l’intenzione è di realizzare 300 MW geotermici entro il 2017, con l’obiettivo di estendere l’accesso all’energia elettrica a circa il 50% degli abitanti proprio grazie alla geotermia. Infine, l’Uganda, che ha un potenziale geotermico prudentemente stimato in 450 MW, da pochi giorni ha adottato un sistema di incentivi della generazione elettrica da fonti rinnovabili, puntando esplicitamente anche allo sviluppo di impianti geotermici. Altri Paesi che hanno in programma lo sfruttamento della geotermia sono l’Etiopia, l’Eritrea e la Tanzania. In una regione ancora poco sviluppata sono però molti i problemi per centrare questi obiettivi: innanzitutto la scarsità del personale qualificato. Il Geothermal Training Program della United Nations University organizza dagli anni Settanta corsi di formazione rivolti ai Paesi in via di sviluppo, ma non è sufficiente a soddisfare la domanda. Da tempo, infatti, il Kenya deve fare ricorso a manodopera stagionale cinese, cosa che però aumenta il costo dei progetti. Inoltre ci sono pochi impianti di trivellazione disponibili, perché quelli presenti nell’area lo sono prevalentemente in funzione delle necessità dell’industria di petrolio e gas. La Export-Import Bank of China e l’Agence Française de Développement hanno prestato 115 milioni di euro al governo del Kenya per l’acquisto di 5 piattaforme di perforazione. Ulteriori ostacoli vengono dalla inadeguatezza della rete elettrica e dalle scarse risorse finanziarie. Anche in questo caso l’aiuto viene dalla cooperazione internazionale (ad esempio la Banca mondiale e l’African Development Bank hanno contribuito alle spese per avviare tre siti geotermici in Uganda e per i principali progetti kenioti), ma non è detto che siano sufficienti a garantire il successo delle iniziative.

Fonte: LaStampa

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