Articoli relativi a ‘legambiente’

Legambiente, NAU! e gli occhiali in plastica riciclata

Il binomio tra NAU! prima insegna di ottica fast fashion monomarca italiana, e Legambiente ha dato vita agli innovativi occhiali in plastica riciclata al fine di sensibilizzare consumatori e opinione pubblica alle tematiche ambientali. Disponibili sia nella versione vista che in quella sole, gli occhiali ecologici per uomo e per donna sono realizzati con gli scarti delle normali produzioni di occhiali. L’iniziativa segna un ulteriore impegno della catena che  è diventata sponsor tecnico di Goletta Verde, il vascello ambientalista ambasciatore della salute dei mari da più di 20 anni. NAU! ha come obiettivo quello di proporre collezioni innovative ad alto livello ma con un prezzo ragionevole. Per far ciò, niente fronzoli ma sistemi diretti e semplicità di gestione.

Fonte: SoloStyle

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Vivitalia: da Legambiente, per un turismo più sostenibile

Si chiama Vivilitalia, la società di Legambiente nata il 14 marzo 2011 per la valorizzazione del Belpaese che mette a servizio d’istituzioni, enti locali e privati l’esperienza dell’associazione e la conoscenza del territorio per sviluppare un turismo sostenibile attento alle realtà più piccole d’Italia.
Vivilitalia si avvarrà dell’esperienza e competenza di altri due prestigiosi partner come SL&A, società che opera da 20 anni su ospitalità e turismo, accessibilità, ambiente, imprese ed economie locali e Extra, agenzia di comunicazione che propone percorsi di comunicazione integrati, originali e mai standardizzati.
Vivilitalia è presieduta da Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente. Giornalista pubblicista è stato per anni alla guida del settore Mare di Legambiente, si è occupato di Parchi e Aree Marine Protette, ha curato pubblicazioni come la Guida Blu, in collaborazione con il Touring Club e nel mondo ambientalista ha collaborato con le più importanti istituzioni italiane.
Vogliamo mettere a disposizione di amministratori locali e privati l’esperienza che abbiamo accumulato in questi anni nei territori della Piccola grande Italia – ha dichiaratoSebastiano Venneri-. Si tratta di luoghi marginali e spesso poco conosciuti, ma che hanno le caratteristiche per affermarsi nel panorama nazionale e internazionale come mete turistiche d’eccellenza e di qualità. Il turismo ambientale, sottolinea Legambiente, è oggi uno dei pochi settori turistici in forte ascesa sul quale si può puntare per scongiurare fenomeni di abbandono e marginalità di certe aree dove invece è possibile creare con efficacia microeconomie che assicurino futuro alla popolazione. I moltissimi piccoli comuni d’Italia, le Aree Protette e i Parchi, con i quali collaboriamo da anni – ha conclusoVenneri – sono i custodi di grandi tradizioni, eccellenze, qualità e bellezza, ma per apprezzarli vanno prima di tutto conosciuti e organizzati di conseguenza con competenze e professionalità adeguate. Vivilitalia lavorerà per questo.

Fonte: GreenNews

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Occhi puntati sui monumenti a rischio della bella Sicilia

Il patrimonio culturale rappresenta per l’Italia una risorsa straordinaria, l’unico vero, irriproducibile “valore aggiunto”.

Non è facile stimare la consistenza dei Beni culturali, dei siti museali, archeologici, storici e artistici presenti sul nostro territorio. L’Italia, infatti, conserva su di sé le tracce di una storia millenaria, segnata da una continuità temporale e da una ricchezza spaziale senza confronti.

Attraverso SOS Heritage di Salvalarte Sicilia, Legambiente lancia la campagna di sensibilizzazione per la valorizzazione e tutela dei luoghi e dei siti culturali “a rischio” del Bel Paese. “Da dieci anni – dichiara Gianfranco Zanna, responsabile Beni culturali di Legambiente Sicilia – ci occupiamo, con la campagna Salvalarte, dei beni e monumenti a rischio nella nostra isola. Abbiamo stilato una prima black list dei monumenti che corrono i maggiori rischi, ma vogliamo coinvolgere i cittadini per renderli protagonisti, per partecipare in prima persona alla salvaguardia del nostro patrimonio culturale”.
Per farlo basta scattare una foto al bene ed inviarlo, con un breve testo di 8 righe, all’indirizzosalvalartesicilia@libero.it. Le foto saranno, quindi, pubblicate sul sito www.salvalartesicilia.it

Nella nostra lista, non a caso, abbiamo inserito al primo posto il teatro greco – romano di Taormina, uno dei siti più conosciuti e visitati in Sicilia. Ebbene, è dal 2004 che è stato lanciato l’allarme, che si è a conoscenza del grave rischio che corre il teatro, oggetto di numerosi studi, ma non è stato fatto nulla. Proprio nel 2004 è stata stilata la Carta di Siracusa per la salvaguardia dei teatri antichi, ma, ad oggi, è rimasta lettera morta.. E ancora un’altra battaglia che da anni conduciamo è quella per Villa Napoli a Palermo, sospesa in un sorta di limbo fra rimpalli di vari assessorati della Regione siciliana, con la conseguenza del suo inesorabile disfacimento”.

Di seguito la black list con i primi dieci siti:

1. TEATRO GRECO-ROMANO (Taormina, ME).

E’ per vastità il secondo dei teatri classici di Sicilia (dopo quello di Siracusa), con un diametro massimo di 109 metri: costruito in epoca ellenistica, mediante lo spianamento della cima del colle, fu ampliato o quasi interamente rifatto dai romani. E’ il sito culturale più visitato della Sicilia (circa 500mila presenze). Come se non bastasse la pressione antropica, ospita più volte all’anno spettacoli, che, con le strutture provvisorie e gli eccessivi livelli delle amplificazioni, aggravano i numerosi degradi causati da errati interventi di restauro più accentuati nel portico superiore e nella galleria inferiore.

2. CATTEDRALE DI SAN GELARDO (Agrigento).

Edificata dai Normanni che dopo aver conquistato la Sicilia si occuparono anche della riorganizzazione religiosa. La sua mole imponente domina il vasto panorama circostante, ben visibile sia dal mare che dall’entroterra, ma il luogo ove è stata costruita è un blocco calcarenitico poco profondo, che poggia su un costone argilloso e quindi poco stabile, suscettibile sempre di scivolamenti a valle. Ciò ha provocato nel corso dei secoli problemi all’edificio, sempre bisognoso di continui ingenti costosi restauri. E’ chiusa al culto da alcuni anni.

3. PALAZZO DELLO SCIBENE (Palermo).

Di origine incerta: probabilmente araba e poi modificato durante il regno di Ruggero II (prima metà del XII secolo). Gli scarsi e degradati resti rimasti sono ormai poco leggibili, anche perché parte del palazzo è stato inglobato dalle case adiacenti. Oggi non rimane più niente del vasto giardino e del bacino d’acqua adiacente. E’ di proprietà privata e si spera, da molti anni, in un efficace restauro che possa salvarlo dall’incuria. Non ha nessun vincolo di tutela.

4. SELINUNTE, TEMPIO (Castelvetrano, TP).

Fondata dai Greci di Megara Hyblaea nel 650 a. C., fu distrutta nel 409 a. C. dai Cartaginesi alleati di Segesta. E’ considerata la più grande area archeologica d’Europa. Un numero imprecisato di templi, tra i quali il Tempio E, dedicato a Era. Molte delle sue colonne, cadute per un terremoto, furono rimesse al loro posto negli anni Cinquanta utilizzando ferro e cemento, che adesso stanno cedendo facendo crollare le strutture. Buona parte del Tempio è stata transennata e non è più visitabile.

5. KAMARINA, (Santa Croce Camarina, RG).

Fondata dai Greci di Siracusa nel VI secolo a. C., fu distrutta e ricostruita diverse volte. Il perimetro delle mura che circondavano la città era di ben 7 chilometri. Il recente completamento del porto di Scoglitti ha cambiato notevolmente l’andamento delle correnti marine. Il loro distruttivo effetto sta seriamente minacciando l’integrità del promontorio sul quale è sorta l’antica città. Una parte delle mura è già crollata in mare, mentre gli scavi non sono più protetti visto che le provvisorie e precarie coperture in tubi dalmine e onduline sono quasi del tutto distrutte.

6. TORRE DI ISOLA DELLE FEMMINE (Isola delle Femmine, PA).

Torre di avvistamento costruita alla fine del XVI secolo su progetto dell’architetto toscano Camillo Camilliani. Versa in uno stato di fortissimo degrado, con molte delle sue parti crollate.

7. SOFFITTO LIGNEO DELLO STERI (Palermo).

Datato tra il 1377 e il 1380, rappresenta un documento di grandissimo valore storico, artistico e etnoantropologico, realizzato da “mastri” e artisti siciliani. E’ un originale foglio di cronaca che “fotografa” con meticolosità i particolari della società del tempo. Il soffitto è da tempo violentemente attaccato dalle termiti. Le infestazioni appaiono molto diffuse e interessano sia le travi che i pannelli decorativi che le ricoprono e sia i lacunari tra le travi.

8. EX FORNACE PENNA (contrada Sampieri – Scicli, RG).

E’ un monumento di archeologia industriale, realizzata tra il 1909 ed il 1912. Lo stabilimento (attivo fino al 1924) produceva laterizi che venivano esportati in molti paesi mediterranei: gran parte di Tripoli (Libia), dopo la guerra del 1911, fu costruita con le sue produzioni. Negli ultimi anni, grazie anche al fascino delle sue rovine, è stata utilizzata come set cinematografico. Adesso attende un suo destino.

9. VILLA NAPOLI (Palermo).

Una delle tantissime ville settecentesche costruite in quella che era la Conca d’Oro, oggi inghiottita dall’esasperata espansione urbanistica. Di proprietà della Regione Siciliana, che dopo un primo intervento di restauro è riuscita a lasciarla al degrado e all’incuria, abbandonando anche il giardino che la circonda. Senza più custodia è stata più volte saccheggiata. Posta di recente sotto sequestro dall’Autorità giudiziaria.

10. POGGIOREALE, RUDERI DELL’ANTICO PAESE (Poggioreale, TP).

L’impianto urbanistico dell’abitato, comune ai centri neofeudali, è a scacchiera disposto secondo un asse principale lungo il quale si allineano i brani delle superstiti facciate delle abitazioni patrizie, sopravvissute al sisma del gennaio 1968 che investi tutta la Valle del Belìce. A seguito dell’evento calamitoso il paese venne integralmente trasferito in nuovo sito, essendo dichiarate le abitazioni tutte inagibili. Oggi, l’antico paese si presenta come una città fantasma; un luogo che ha perso la propria identità civica e su cui impera la presenza inquietante e magnifica del sisma. Dopo più di 40 anni si sta inesorabilmente sbriciolando, portandosi dietro una parte importantissima della nostra memoria.

 

Fonte: Architetti.info

 

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Legambiente: grattacieli in riva al mare e centri commerciali sulla spiaggia?

“Addio chioschetti e tradizionali stabilimenti. Al loro posto avremo centri commerciali, centri fitness e alberghi, negozi e appartamenti vista mare”. A lanciare l’allarme è Sebastiano Venneri, vicepresidente nazionale di Legambiente di fronte alle norme contenute nel dl Sviluppo 1 relative al diritto di superficie, sul quale Bruxelles ha chiesto all’Italia chiarimenti 2. Il provvedimento, dice Venneri, “è una vergogna”: “Per la prima volta si apre al condono degli edifici abusivi su terreni demaniali. E si potrà costruire sui trecento metri dal mare aggirando la Legge Galasso. Invitiamo i ministri Prestigiacomo e Galan a leggere attentamente il testo del decreto”.
Secondo Venneri, i modelli sono la Versilia, in Toscana, e Ostia, la spiaggia di Roma. “A rischio – dice il vicepresidente di Legambiente – ci sono le spiagge di Friuli, Veneto, Emilia Romagna, Marche e Toscana”. Per quanto riguarda le regioni più tradizionalmente marine “rischiano il cemento con la trasformazione delle cabine in bungalow e poi in piccoli villaggi vacanze”. Le norme, spiega Venneri “non distinguono tra edifici che hanno una concessione e quelli abusivi, e si aprono così le porte al condono per centinaia di edifici e interi villaggi – come Triscina in Sicilia – costruiti in barba a qualsiasi legge”. E per il futuro, il dl Sviluppo apre le porte a una spaventosa devastazione del paesaggio costiero italiano 3″. “E’ incredibile – continua Venneri – che nel testo c’è scritto che nel demanio costiero ‘sulle aree inedificate l’ attività edilizia è consentita in regime di diritto di superficie e nel rispetto delle norme esistentì. Ma il Decreto, escludendo completamente il ministero dei Beni culturali dalla identificazione delle aree inedificabili e dalla concessione del diritto di superficie, di fatto apre le porte a nuovi edifici sulle spiagge“. Senza dimenticare che la norma relativa alla possibilità di costruire anche nella fascia dei trecento metri dalla battigia “trasformerà inevitabilmente il paesaggio costiero”.

Fonte: LaRepubblica

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Rapporto annuale Ambiente Italia 2011. Italia vittima del consumo del suolo

Il Rapporto Annuale Ambiente Italia 2011 di Legambiente, elaborato dall’Istituto di Ricerche Ambiente Italia e presentato lo scorso 4 marzo a Roma, restituisce la fotografia di un’Italia in cui emerge in maniera allarmante l’incontrollabilità dell’urbanizzazione dovuta alla mancanza di strategie urbane.
In particolare, la crescita spontanea delle periferie è una delle cause che hanno determinato un’urbanizzazione che, ad oggi, ha assorbito circa 2.350.000 ettari di terreno – la stessa superficie di Molise e Puglia messe insieme. Le Regioni maggiormente colpite dal fenomeno del consumo del suolo sono la Lombardia – 14% di aree artificiali rispetto alla superficie complessiva – il Veneto e la Campania – rispettivamente con l’11% ed il 10,7% – seguite da Lazio ed Emilia Romagna col 9%.
L’aspetto che più colpisce è che il consumo di circa 500 km quadrati l’anno di territorio rurale è direttamente proporzionale alla presenza di case sfitte nelle nostre principali città: si calcola infatti che, a fronte di circa 4 milioni di case realizzate negli ultimi 15 anni, almeno un milione sono rimaste vuote poiché all’incirca 200.000 famiglie non ne posseggono una. Questo fenomeno paradossale colpisce principalmente i grandi centri urbani quali Roma – con 245.142 case vuote – Cosenza, Palermo, Torino. Naturalmente questa urbanizzazione così aggressiva va a discapito della salubrità delle nostre città, sempre più inquinate e congestionate e nessuno dei piani di intervento mostra interesse al recupero ecosostenibile di aree all’interno dei centri abitati, favorendo così speculazioni immobiliari e finanziarie e conseguente crescita dell’economia sempre più lenta: l’Italia, quindi, si candida ad essere l’unico paese dell’Unione Europea a non riuscire a raggiungere gli obiettivi di Kyoto 2020: la riduzione del 20% sulle emissioni del 1990. Per approfondire gli argomenti trattati vi rimandiamo al sito ufficiale di Legambiente.

Fonte: ArchitetturaEcosostenibile

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Legambiente: cancellati in Italia 500 kmq di suolo all’anno

Ogni anno in Italia vengono cancellati in media 500 chilometri quadrati di suolo, come se venisse inghiottita l’intera area del comune di Milano. In testa, la Lombardia con il 14% di superfici artificiali, seguono Veneto (11%), Campania (10,7%), Lazio e Emilia-Romagna (9%). E c’e’ poi il caso ”eclatante” di Roma che in 15 anni ha visto le superfici urbanizzate aumentare del 12%. Questo l’aspetto principale su cui si concentra il rapporto annuale ‘Ambiente Italia 2011′ di Legambiente, presentato oggi a Roma.
La stima piu’ attendibile di superfici urbanizzate – secondo il rapporto pubblicato da Edizioni Ambiente – e’ di ”2.350.000 ettari”, pari al 7,6% del territorio nazionale, pari a 415 metri quadri per abitante. Il consumo di suolo – dichiara Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente – e’ oggi un indicatore dei problemi del Paese, cosi’ come il ”dissesto idrogeologico. Il rapporto di Legambiente fotografa le emergenze del Bel Paese come l’emergenza abitazioni, il calo del Pil e dei consumi. Tra i problemi irrisolti, Legambiente segnala ancora la mobilita’ e l’inquinamento (soprattutto in Pianura Padana), oltre a occupazione, cultura, e ricerca. Buoni risultati si sono invece raggiunti con l’espansione delle foreste, e (in parte) nel settore dei rifiuti.

Fonte: Ansa

 

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Shopper falsi biodegradabili: stop del Garante

E’ cominciata la guerra degli shopper. Dopo due anni di rinvii, dal primo gennaio scorso sono stati banditi i sacchetti di plastica che hanno devastato le coste, i fiumi, i mari. E i supermercati si sono riempiti di alternative: tutte presentate come ecologiche e amiche dell’ambiente. Ma non sempre è vero. L’Autorità garante della concorrenza e del mercato ha bocciato come pubblicità ingannevole quella con la quale le buste di plastica tradizionale, con l’aggiunta di additivi per facilitarne la disgregazione, vengono definite biodegradabili e compostabili.
A fare ricorso al Garante erano state Legambiente e Novamont, la società che ha brevettato la Mater B, la plastica biodegradabile ottenuta con il mais. Sostenevano che i sacchetti fatti con la vecchia plastica, sia pure corretta con gli additivi per l’autodistruzione, non potevano essere considerati biodegradabili e adatti alla trasformazione in compost, cioè nel terriccio fertile ricavato dalla parte organica dei rifiuti. Il garante ha richiesto il parere dell’Istituto superiore di sanità. Da qui il verdetto. Le materie plastiche con l’additivo ECM si comportano come ramoscelli o tronchi d’albero. Per questo il produttore stesso non garantisce alcun tempo effettivo in quanto il tempo di biodegradazione dipende dagli stessi fattori da cui dipende la biodegradabilità del legno, ma afferma che la cornice temporale per la totale biodegradabilità si estende tra i nove mesi e i cinque anni.
Per un ulteriore controllo sono stati poi richiesti test sulla disintegrazione degli shopper con l’additivo ECM al Consorzio italiano compostatori, che ha rilevato tempi di degrado non compatibili con il corretto trattamento dei rifiuti organici. Non possiamo permettere l’ingresso di altri materiali non adatti perché la situazione è insostenibile”, spiega David Newman, direttore del Consorzio. “In mezzo al materiale organico che deve trasformarsi  in compost troviamo ogni anno 150 mila tonnellate di plastica. Dobbiamo toglierle e portarle in discarica e tutto questo costa 30 milioni di euro l’anno. Quella del Garante è una decisione e giusta: viene sbarrata così da subito la strada ai furbetti del sacchetto, difendendo la messa al bando degli shopper tradizionali, una misura innovativa che porterà enormi vantaggi all’ambiente del nostro Paese, commenta il senatore Francesco Ferrante, responsabile per il Pd delle politiche sui cambiamenti climatici. Evidentemente la vecchia industria inquinante, che non ha saputo o voluto adeguarsi alla misura introdotta con la legge finanziaria del 2007 che ha deciso la messa al bando dei sacchetti prodotti col petrolio, ha cercato in qualche modo di aggirare una norma che coniuga il rispetto per l’ambiente all’innovazione. Soddisfatto anche Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente: La pubblicità di Italcom, Arcopolimeri e Ideal Plastik è stata definita ingannevole e sono state decise multe di 40 mila euro per la prima azienda e 20 mila per le altre due. E’ un segnale forte che servirà a rimettere ordine in un settore che produce un micidiale impatto ambientale: in Italia consumiamo circa 20 miliardi di buste all’anno, un quinto di quelle usate in tutta Europa. Le utilizziamo solo per poche ore, ma restano nell’ambiente anche per secoli, da un minimo di 15 anni a un massimo di 1.000 anni secondo l’Agenzia europea per l’ambiente: si frantumano in minuscoli pezzi ma non si distruggono e formano vere e proprie “isole” come quella a 800 miglia a nord delle Hawaii, nell’Oceano Pacifico, il Pacific Vortex, grande tra i 700 mila e i 10 milioni  di chilometri quadrati.

Fonte: LaRepubblica

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Rinnovabili: polemiche sugli incentivi

La proposta di decreto che riorganizza il sistema degli incentivi alle fonti rinnovabili rischia di bloccare lo sviluppo del settore in Italia. Lo affermano alcune tra le principali associazioni ambientaliste (Greenpeace, Legambiente e Wwf) assieme a tre delle più importanti organizzazioni del settore delle rinnovabili (Fondazione sviluppo sostenibile, Kyoto Club e Ises Italia), che propongono una serie di emendamenti per migliorare il decreto, garantire stabilità al mercato delle rinnovabili, l’efficienza negli incentivi e il perseguimento degli obiettivi fissati al 2020. Secondo le associazioni, infatti, lo schema di decreto, pur contenendo alcuni elementi positivi (incentivazione della generazione termica e della biomassa), prevede una revisione dei meccanismi incentivanti che rischia di bloccare lo sviluppo delle fonti rinnovabili in Italia, soprattutto di eolico e solare fotovoltaico.
L’attuale sistema degli incentivi ha consentito all’Italia di attirare investimenti per miliardi di euro con sviluppo della produzione di energia e la creazione di posti di lavoro. Risultati raggiunti anche grazie a un sistema nazionale di incentivi «che necessita di una profonda revisione per eliminare alcune distorsioni interne e rispondere in maniera più efficace agli obiettivi europei al 2020». Le critiche al decreto sulle rinnovabili, che recepisce la direttiva europea, sono ingenerose», ha replicato Stefano Saglia, sottosegretario dello Sviluppo economico con delega all’energia. «Sul decreto all’esame delle commissioni parlamentari siamo aperti al confronto». Secondo il sottosegretario «l’Italia resterà il primo Paese europeo per incentivi, mentre Paesi leader del settore come Spagna e Germania stanno riducendo gli incentivi pubblici. Il nostro progetto tende a ridurre i sussidi gradualmente e a sostituire il meccanismo dei certificati verdi. Se l’attuale meccanismo se non verrà corretto, nel 2020 avremo un esborso di 9 miliardi di euro». Ma l’Ewea, l’associazione dell’industria eolica europea, chiarisce che l’Italia è l’ultima della classe, con il Lussemburgo, in Europa nella produzione di energia rinnovabile. Nell’Unione europea 25 Stati prevedono di poter rispettare gli obiettivi fissati da Bruxelles sulle rinnovabili o addirittura di superarli. L’Italia è sotto dello 0,9% rispetto all’obiettivo del 17% e ha informato la Commissione europea che intende utilizzare il meccanismo di cooperazione per raggiungere il suo obiettivo nazionale. Peggio di noi sta solo il Lussemburgo con un deficit del 2,1%.
L’Anev, Associazione nazionale energia dal vento, denuncia un malessere tra gli operatori del settore, con il primo anno nel 2010 di crescita dell’eolico in Italia: riduzione del 25% della potenza annua rispetto agli anni passati. Tendenza, secondo l’Anev, che mette a serio rischio il raggiungimento degli obiettivi comunitari al 2020 e allo stesso tempo l’occupazione dei 67 mila addetti nel settore ipotizzati. «Il tutto a causa della normativa che ha fortemente penalizzato l’eolico nazionale per il calo drastico degli incentivi». La potenza cumulativa raggiunta di 5.797 MW al 31 dicembre 2010 «potrebbe ancora consentire il raggiungimento dei valori necessari per ottemperare all’obbligo comunitario», ma «solo mediante un tempestivo adeguamento della normativa», conclude l’associazione.

Fonte: CorrieredellaSera

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Germanwatch: Italia fanalino di coda sulle politiche ambientali

È in affanno l’Italia sulle politiche ambientali. Meglio: è il fanalino di coda. Germanwatch lo certifica. L’associazione non governativa che ogni anno, in occasione delle conferenza mondiale sui cambiamenti climatici, stila la classifica dei buoni e dei cattivi, analizzando i 60 Paesi che rappresentano oltre il 90 per cento delle emissioni globali di anidride carbonica.
Quest’anno Germanwatch, in collaborazione con Can Europe e Legambiente, ha sistemato l’Italia al 41° posto (su sessanta) nella graduatoria dei Paesi che emettono più anidride carbonica nel mondo. E dire che ci sarebbe quasi da tirare un sospiro di sollievo, visto che lo scorso anno eravamo al 44°. Ma, purtroppo, è la crisi economica che ci a fatto guadagnare queste tre posizioni in classifica. Le fabbriche chiuse. Le industrie in ribasso. Non certo i nostri sforzi nelle politiche ambientali: l’Italia, infatti, è al 58° posto, in questo. Tradotto: non si è fatto nulla per le tecnologie pulite, le energie rinnovabili, l’efficienza energetica. In una parola: in Italia non abbiamo investito nella cosiddetta green economy. 
Spiega Mauro Albrizio, responsabile a Bruxelles di Legambiente: Tutti i Paesi che si stanno riprendendo dalla crisi stanno investendo in questo. Prendiamo, ad esempio, la Cina e gli Usa. La Cina, che è al 56° posto in politiche ambientali, ha investito in green economy 230 miliardi di dollari. Così gli Stati Uniti: al 54° posto, hanno investito 80 miliardi. L’Italia nulla.
In Europa l’investimento in green economy non supera i 30 miliardi di dollari, il 40 per cento dei quali soltanto da parte della Germania. Tra i 27 Paesi dell’Europa la performance climatica dell’Italia è al ventunesimo posto, avanti soltanto a Estonia, Grecia, Slovenia, Bulgaria, Lussemburgo e Polonia. Da segnalare: non c’è nessuno fra i Paesi del mondo che hanno conquistato il podio di quelli che emettono anidride carbonico. E il primo di questi in classifica è il Brasile, al quarto posto, posizione meritata per il suo uso dei biocarburanti e per i primi passi nel contenimento della deforestazione.

Fonte: Corriere

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Legambiente invita a boicottare la plastica e lancia la campagna “vota il sacco”

Già un paio di mesi fa Legambiente aveva lanciato una petizione in favore dell’abolizione dei sacchetti di plastica, i famosi shopper dei supermercati. Ora arriva una vera e propria campagna nazionale, chiamata “Vota il sacco”, per ribadire e rinforzare la richiesta di dire addio ai sacchetti non biodegradabili. La campagna si svolgerà nelle piazze e su internet, tramite un sito-referendum online per chiedere agli italiani quale sia per loro l’alternativa migliore ai sacchetti tra le borse della spesa riutilizzabili, i sacchetti di carta e i sacchetti di bioplastica.
Perché mai Legambiente ha sentito l’esigenza di tornare, con una nuova iniziativa, su questo argomento? Per due motivi: il primo è politico, come dimostrano le incertezze sull’abbandono della plastica del ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo; il secondo è “tecnico” e consiste nella forte resistenza che sta facendo l’industria della plastica tramite l’associazione di categoria Unionplast.
Unionplast afferma che i sacchetti in bioplastica siano peggiori di quelli normali, in plastica riciclata: la bioplastica proviene da materie prime alimentari (patate, mais, olio di girasole), mentre la plastica riciclata proviene dai rifiuti. Legambiente risponde che il dossier stilato da Unionplast per difendere le sue posizioni “contiene dati inutilmente allarmistici, in alcuni casi volutamente lacunosi e persino falsi”. Per quanto riguarda la competizione con l’industria del cibo, in particolare, Legambiente è convinta che cibo e bioplastica possano convivere ed integrarsi senza alcun problema.

Fonte: Ecoblog

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Si rompe l’acquedotto del Sele: emergenza idrica a Salerno

Scuole chiuse, rifornimenti con autobotti e assalto ai negozi per comprare acqua minerale. La rottura dell’acquedotto del Sele a causa del maltempo ha portato scompiglio in provincia di Salerno. Per Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, è il risultato di anni di negligenza, malgoverno e inefficienza. Scuole chiuse, acqua contingentata e scene inquietanti con autobotti e assalto ai supermercati per rifornirsi di acqua minerale. È accaduto in provincia di Salerno, nei 14 Comuni serviti dall’acquedotto del Sele dopo la rottura della condotta verificatasi ieri in occasione dello straripamento del fiume.  Mezzo milione di persone è rimasto senz’acqua.
Una regione che fa acqua da tutte le parti, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: una popolazione e un’economia messa in pericolo per una pioggia seppure intensa. È veramente indegno per un paese civile che 500mila persone rimangano senza un bene primario come l’acqua a causa di una calamità naturale che di naturale ormai ha ben poco. Così Michele Buonomo, presidente di Legambiente Campania, commenta l’emergenza maltempo nella regione e, in particolare, le criticità che stanno affliggendo il salernitano dopo le piogge torrenziali di questi giorni. Quello che sta succedendo nel salernitano – sottolinea Buonomo – è il risultato di anni di negligenza, malgoverno e inefficienza con corsi d’acqua e valloni di scolo ridotti a discariche, cementificazione selvaggia, manutenzione ordinaria al lumicino. E a pagare sempre e solo i cittadini, l’ambiente ed il territorio – ribadisce il presidente regionale di Legambiente – bisogna intervenire subito a rischio un’intera economia, la salute dei cittadini, e la vita quotidiana di tante città. Ora – conclude Buonomo – è necessario che ognuno si rimbocchi le maniche e garantire alla popolazione l’acqua e invitiamo a denunciare speculazioni e avvoltoi pronti a fare affari sfruttando l’emergenza di queste ore.

Fonte: LaNuovaEcologia

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Rapporto annuale di Legambiente: vince Belluno, ultima Catania, peggiorano i grandi centri, risorge la Campania

Sul podio ci sono Belluno, Verbania e Parma. In fondo alla classifica, invece, Palermo, Crotone e Catania. Ma l’allarme arriva soprattutto dalle grandi città. Ad eccezione di Torino, infatti, tutti i centri urbani con più di mezzo milione di abitanti hanno peggiorato il loro stato di salute ambientale: tra questi Milano, Roma, Napoli e Palermo. È quanto emerge dalla 17/a edizione di Ecosistema urbano, annuale ricerca di Legambiente e Ambiente Italia, realizzato in collaborazione con Il Sole 24ore.
La graduatoria si basa su diversi parametri: trasporto pubblico, isole pedonali, zone a traffico limitato, depurazione delle acque, raccolta differenziata. Nella top ten ci sono anche Trento, Bolzano, Siena, La Spezia, Pordenone, Bologna e Livorno. Il dossier evidenzia però la “pessima aria” che si respira a Milano: (63/a in classifica, era 46/a nel 2009) che peggiora in tutti gli indici della qualità dell’aria; e mentre Napoli (96/a, -7 posizioni) e Palermo (101/a, -11) «soccombono» sotto i cumuli di rifiuti nelle strade, a Roma (75/a, -13) i cittadini patiscono gli «effetti dannosi di una mobilitazione scriteriata». La vera emergenza nelle nostre città – ha sottolineato il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza – è rappresentata spesso dalla mancanza di coraggio e modernità da parte di chi le governa. Ci sono però anche segnali positivi. La conferma di Salerno (19ª, era 34ª nella passata edizione) e la comparsa di Avellino (29ª, 80ª lo scorso anno), ad esempio, avvengono principalmente per un impressionante balzo in avanti nei numeri della raccolta differenziata dei rifiuti, messo insieme a performance complessivamente buone. Segno indiscutibile che qualcosa di buono, con fatica, riesce ad emergere tra le tante difficoltà di un pezzo fondamentale del Paese, il Meridione.

Fonte: Corriere

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Italia: più 4 milioni di case negli ultimi 10 anni e più 5,2 milioni di case vuote

Un'altra casaIn 10 anni sono stati costruiti in Italia 4 milioni di case. Contemporaneamente ci sono 5,2 milioni di case vuote solo nelle grandi città. A proposito del consumo di territorio nel 1995-2006 sono arrivati i calcoli di Legambiente. Il rapporto si intitola “Un’altra casa”  (qui, il comunicato stampa di Legambiente). I calcoli di Legambiente non riguardano il suolo urbanizzato ma solo quello occupato dagli edifici in senso stretto. Nel 1995-2006 ne sono stati costruiti per 72.000 ettari (720 chilometri quadrati, se preferite), senza tener conto delle strade per arrivarci. E senza tener conto di parcheggi e giardini. Come mai è così difficile trovare casa, allora?
I 72.000 ettari che a Legambiente risultano edificati in 10 anni sono si traducono appunto in 4 milioni di alloggi. Più quelli ampliati. Più quelli condonati o tuttora abusivi. Più uffici, capannoni e centri commerciali. A Legambiente risultano anche 5,2 milioni di alloggi vuoti nel 2009 solo ne lle grandi città: rappresentano 1,2 milioni di alloggi in più rispetto a quelli edificati nel decennio precedente. E alle case vuote nei grandi centri urbani bisogna aggiungere le case di villeggiatura e le case sfitte nei centri abitati di piccole e medie dimensioni. Significa che il patrimonio abitativo del 1995 bastava ed avanzava abbondantemente all’Italia del 2006. Nel 2009 nelle grandi città c’erano 5,2 milioni di alloggi vuoti ma si sono verificati 61.000 sfratti esecutivi: gente che ha dovuto lasciare la propria casa senza essere riuscita a trovarne un’altra. E’ assurdo, non vi pare? Però questa assurdità è la realtà italiana. Legambiente la spiega chiamando in causa la pessima qualità del patrimonio abitativo, la mancanza di edilizia pubblica (cioè di case affittate a basso prezzo), la speculazione edilizia, la tendenza ad investire i capitali rientrati dall’estero in mattoni e cemento. Tutto vero. Io però lo direi anche in un altro modo: la libertà di costruire (le deregulation, i condoni varati o tentati e tutto il resto) non ha risolto – e anzi ha aggravato – i mali italiani. Quei 5,2 milioni di alloggi inutilizzati ce li ritroviamo sulla gobba tutti. Non solo sotto forma di scempio paesaggistico, infinite periferie urbane e consumo di territorio: è la semplice legge della domanda e dell’offerta. Il mattone è una bolla, prima o poi scoppierà. Con tutta quell’edilizia inutile e inutilizzata, i prezzi già stanno scendendo (crollate le compravendite, cresciuto l’invenduto, nota Legambiente) e non potranno che crollare. Ci rimetteranno coloro che hanno investito nella casa i sudati risparmi di una vita. Ma prima o poi qualche grande costruttore rimarrà con il cerino in mano.

Fonte: Blogeko

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Sette italiani su dieci preoccupati per l’ambiente!

Sette italiani su 10 guardano con crescente timore ai problemi ambientali. E’ quanto è emerso da una ricerca della Lorien Consulting e del mensile La Nuova Ecologia (Legambiente) presentata al Forum QualEnergia di Firenze. La prima preoccupazione degli italiani, però, resta il lavoro almeno per 9 intervistati su 10.
Per il 58,6% degli intervistati, fonti prioritarie di preoccupazione sono le questioni relative allo smaltimento dei rifiuti e all’implementazione delle fonti energetiche rinnovabili. A questo proposito, il 47,5% delle persone ha dichiarato di utilizzare pannelli solari termici e il 47,3% quelli fotovoltaici. Per il 46,5% degli intervistati, invece, il nodo da sciogliere è collegato ai trasporti e alla mobilità sostenibile. Tuttavia, il 75% degli italiani ammette forte sfiducia nelle misure prese dal governo per risolvere o lenire tali problematiche e si auspica venga fatto molto di più. Decisamente alta, inoltre, è risultata la percentuale degli italiani contraria al nucleare tout court (58%), dato che tende a crescere in maniera esponenziale nell’ipotesi della costruzione di una centrale nella regione di residenza dell’intervistato (66%). Benché il dato sia interessante, tuttavia, lascia perplessi la poca attenzione mostrata verso i cambiamenti cliamtici che preoccupano appena solo il 6,7% del campione, peraltro in netto calo rispetto a quanto già calcolato nel 2009 (32,9%). Secondo l’amministratore delegato di Lorien Consulting, Antonio Valente:
gli italiani hanno però raggiunto una certa maturità in termini di risposta ad una crisi che attraversa trasversalmente molti settori dell’economia,.. e vedono nell’economia sostenibile l’ancora di salvezza per un vero salto di qualità… Consentendo alla green economy di crescere indipendentemente dalle distinzioni politiche, di classe o di generazioni.

Fonte: EcoBlog

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BioDomenica: il 3 ottobre in piazza

Cento piazze in Italia, cinque continenti nel mondo mobilitati per promuovere il consumo di prodotti biologici, sicuri e di qualità. Prodotti legati al territorio, alle sue tradizioni, alla propria cultura. Un appuntamento, che solo a Roma vedrà presenti più di 150 aziende agricole biologiche, targato Aiab (Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica), Coldiretti e Legambiente, insieme il 3 ottobre 2010 per l’undicesima edizione di Biodomenica.
Parlare di agricoltura biologica significa parlare di ambiente, di tutela della biodiversità, di salute, di alimentazione e gusto, di benessere animale, di consumo critico e responsabile, di commercio equo e solidale e di finanza etica. Va proprio in questo senso la giornata nazionale per promuovere il consumo di prodotti sicuri e di qualità, legati al territorio, alle sue tradizioni e alla sua cultura.
La Biodomenica ha l’obiettivo di favorire l’incontro tra il mondo agricolo e i cittadini/consumatori, per creare con loro un movimento di opinione in grado di orientare il mercato e le istituzioni. Le iniziative si svolgeranno nelle piazze delle maggiori città italiane dove si potranno degustare le migliori produzioni biologiche, incontrare i produttori per ricevere informazioni sulle tecniche di produzione e sulle caratteristiche degli alimenti biologici.
In ogni città l’iniziativa sarà caratterizzata dalle produzioni tipiche locali: a Napoli si potrà gustare la pizza fatta con ingredienti Bio, a Genova il pesto biologico, a Roma (in via dei Fori imperiali) il vino dei Castelli, a Firenze l’olio e il farro, in Sardegna i malloreddus e il torrone…
Il tema di quest’anno sarà “Glocal”. Oggi il biologico si pone come una grande opportunità, partendo dal locale, per rispondere a livello globale alla grande crisi climatica, alimentare ed economico-sociale. Il biologico si propone, infatti, a livello locale come un modello in grado di fornire le migliori risposte valorizzando il sapere locale, la biodiversità ed il risparmio energetico. Il tutto concependo una distribuzione che ha come priorità il mercato interno ed il rapporto diretto fra produttore e cittadino/consumatore. Un modello che agisce a livello locale, ma che riesce ad essere una risposta anche alla crisi globale.

Fonte: BlogBiologico

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Energia: rischio di non consumare incentivi per gli ecoedifici

C’è ancora una buona fetta d’incentivi a disposizione per il comparto dell’efficienza: dei 300 milioni di euro messi a disposizione lo scorso 15 aprile dal ministero dello Sviluppo Economico sono andati in esaurimento quelli destinati alle due ruote, alla banda larga, alla nautica e alle macchine movimento terra: 72 milioni di euro già consumati.
Vanno più a rilento gli incentivi per l’efficienza:  ai dati diffusi dal Ministero dello Sviluppo, sono poco gettonate le richieste di agevolazioni relative all`efficienza energetica industriale (solo lo 0,35% della somma predisposta pari a 10 milioni), per gli scaldabagni in pompe di calore (pochissimi pezzi) ma anche quelle per le gru a torre (14% di 40 milioni) e gli immobili ad alta efficienza energetica (24%) il cui incentivo ammonta a 60 milioni come per le cucine componibili. Poco entusiasmo anche per gli elettrodomestici. Dei 50 milioni di euro stanziati per l`acquisto di elettrodomestici, solo il 42% e` stato utilizzato. 
Secondo i dati dell’Ance sono circa 250 le imprese in grado di costruire edifici a basso consumo, dislocate principalmente al Nord, per circa 40-50 mila abitazioni sul mercato. Di conseguenza, afferma Legambiente, le regioni centro meridionali sono nel complesso escluse dagli aiuti statali. Secondo una stima delle associazioni saranno al massimo 10mila le abitazioni di classe energetica A e B interessate dai 60 milioni di incentivi messi a disposizione dal decreto legge approvato dal Ministero dello Sviluppo Economico. Per ora ne hanno beneficiato poco più di 2000 edifici. Questo significa che sono disponibili ancora 45 milioni di euro che però sono a rischio, perché si sta riflettendo se indirizzare verso i settori più frizzanti le somme ancora disponibili non ancora consumate dalle categorie a cui sono state assegnate.
L’ importo dell’agevolazione all’acquisto è rispettivamente 116 Euro al metro quadro per un massimo di 7.000 Euro per le case in classe A e 83 Euro al metro quadro per un massimo di 5.000 euro a quelle in classe B.
Una nota interpretativa diffusa dal Ministero conferma che l’erogazione del contributo è vincolata alla sostituzione di un bene di pari categoria e funzione tranne le misure riguardanti i componenti elettrici ed elettronici, gli immobili, gli stampi in vetroresina per la nautica da diporto e gli accessi a Internet per i giovani. Ad ogni codice fiscale corrisponde un solo incentivo sul fronte di elettrodomestici, cucine componibili, motocicli, banda larga. L’amministrazione statale tratterrà dal rimborso una quota di circa l’1% come spese di gestione della pratica. Nel caso di acquisto di un immobile di nuova costruzione ad alta efficienza energetica il rogito andrà stipulato entro il 31 dicembre 2010.
Le domande per i prodotti efficienti per cappe climatizzate e scaldabagni in pompa di calore sono pochissime. Il massimale di 400 euro euro previsto per la sostituzione di scaldabagni con sistemi in pompa di calore e di 500 euro per la sostituzione con cappe climatizzate avrebbero dovuto godere di uno slancio maggiore.
Che il mercato non sia ancora pienamente a conoscenza di queste tecnologie?

Fonte: Casa&Clima

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Legambiente compie trent’anni

Era il 20 maggio 1980 quando un folto gruppo di ambientalisti e scienziati, protagonisti del movimento antinucleare e promotori di battaglie contro l’inquinamento, costituì in Italia una nuova associazione ambientalista. All’inizio la chiamarono Lega per l’ambiente, ma poco dopo il nome cambiò in Legambiente. Quest’anno il Cigno verde compie trent’anni, un anniversario che Legambiente festeggerà con appuntamenti per ripercorrere le tappe più significative della storia.

Fonte: Liquida

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Eco-quartieri in Italia: rigenerazione urbana

Contribuire all’affermazione della rigenerazione urbana e ambientale come chiave strategica per lo sviluppo: è questo l’obiettivo del progetto “Ecoquartieri in Italia: un patto per la rigenerazione urbana”, lanciato da GBC Italia, Legambiente e AUDIS (Associazione Aree Urbane Dismesse). Il progetto, che sarà illustrato nel corso di un incontro a Milano il prossimo 6 giugno, presso la sede di Assimpredil, si concentra sulle città e sul loro intorno e punta sulla riprogettazione dei quartieri residenziali (pubblici o privati) costruiti negli anni ’50-’70 (oggi entrati in crisi strutturale) e sul recupero di aree dismesse (produttive, terziarie, militari, demaniali, ecc).
“Ecoquartieri” si propone di individuare un modello di “Patto per la rigenerazione urbana” al quale i soggetti di una data realtà possano liberamente ispirarsi per definire i sistemi di responsabilità, di diritti e doveri, di garanzie e benefici che possano derivare a tutti i contraenti. Inoltre, si punta a definire una strumentazione di supporto che possa accompagnare un progetto di ecoquartiere dalle fasi iniziali di assunzione delle decisioni fino alla progettazione e realizzazione degli interventi, attraverso percorsi trasparenti di progettazione integrata e partecipata e includendo meccanismi di garanzia di tutte le parti in campo.
Costruire sul costruito, rigenerare le parti che hanno perso vitalità ma che hanno una storia consente – sottolinea in una nota AUDIS – di partire da una condizione di vantaggio perché si interviene in un contesto nel quale sono già presenti valori e fattori importanti dai quali partire: infrastrutture, viabilità, attività, comunità di abitanti. Non si deve partire da zero nel creare quella complessità di funzioni che è universalmente riconosciuta come valore maturo delle città capaci di generare sviluppo economico e sociale. Inoltre ogni ‘guasto’ ambientale riparato in un’area già edificata crea un vantaggio doppio alle comunità: diminuisce il carico ambientale complessivo e risparmia consumo di nuovo territorio”.

Fonte: Casa&Clima

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