Il Restauro del Paesaggio
Presentazione
Scrivo queste brevi considerazioni da un luogo privilegiato dell’astronave Terra: da un angolo felice del Costa Rica, un paese profondamente connotato per la sua natura, rigoglioso nel verde e generoso nella fauna che, ad oggi, ha conservato tanti aspetti da noi perduti. Qui i parchi naturali abbondano e della “natura naturale” si è fatta una crescente e intelligente politica economica.
Così, la distanza dalla vecchia Europa permette di riflettere e valutare con maggior equilibrio, questa non facile avventura del “restauro del paesaggio”.
Appare di tutta evidenza che la messa a punto e la crescita di una siffatta disciplina – preposta a riparare i danni della parte più delicata del nostro habitat – il “paesaggio”, appunto – non può non confliggere con posizioni accademiche e con prassi professionali consolidate; così come non può non toccare alcuni settori dediti all’investimento immobiliare, non certo molto attenti alla invocata “sostenibilità” e al predicato contenimento dell’uso di “nuovo suolo”. Conviene dunque affrontare subito il problema, cercando di cogliere i prevedibili punti di conflitto: i quali si collocano nell’esercizio urbanistico tout-court da una parte e nelle invocate competenze specialistiche degli architetti del paesaggio dall’altra. Gli uni e gli altri – urbanisti e paesaggisti – hanno le loro corporazioni (anche se negli ultimi anni il maturare di differenti correnti di pensiero ha creato qualche sommovimento) e non riserveranno certo immediate simpatie al “restauro del paesaggio”. E allora, con umiltà ma anche con risolutezza, va ricordato come questa erigenda disciplina non vuol confliggere con altre preesistenti ma definire uno spazio autonomo, valendosi delle metodiche del restauro, lavorando ove altri non sono arrivati. Si vuol dire che il “paesaggismo” di altri nasce come modellazione-progettazione di un nuovo ambiente, di una nuova realtà, tesa a corrispondere a sopraggiunte necessità (la nuova “domanda”); e che l’urbanistica e la pianificazione nascono, crescono e si affermano per le loro proposizioni di nuovo ordine, di nuovo assetto, di nuova percorribilità, di nuovi rapporti funzionali fra le diverse parti del territorio. E se è anche vero che, negli ultimi decenni, l’introduzione delle politiche del “recupero” e del “riuso” (per le quali è ben difficile obiettare la loro matrice “restaurativa”) si sono fatte più avvertibili, ciò non sembra spostare o confliggere con le metodiche del “restauro del paesaggio”. Si potrebbe obiettare che anche il paesaggio si può recuperare piuttosto che restaurare (e così ricondurre l’operazione nell’ambito dell’urbanistica), ma la differenza sta, appunto, fra la monovocalità dell’urbanistica e la plurivocalità del restauro (da sempre abituato, all’intero spettro del suo svolgersi, alla pluridisciplinarità, dalla fase diagnostica a quella terapeutica).
Insomma, il rischio è quello di ritrovarsi in una querelle già attraversata negli ultimi anni, tesa a sovvertire aspetti e competenze istituzionali profilate e consolidate secondo una autonoma cultura, cercando di ricondurre l’intervento restaurativo alla unicità operativa dell’architetto. Col generale risultato che non poche architetture degne di conservazione sono diventate campo di sperimentazione non solo dello star-system ma, cosa ben più grave, dei loro numerosi e aggressivi emuli.
Detto questo, potremmo avere la sensazione di essere “punto e da capo” nella querelle di cui non vediamo la fine e che, in Italia, dura almeno dal litigio intellettuale fra Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini. I “piacentiniani”, bonnes à tout faire, facciano dunque le loro progettazioni ambientali, urbane, urbanistiche e paesaggistiche; noi “giovannoniani” continueremo a credere nella ricchezza disciplinare del restauro e proveremo ad estenderla intanto, dal monumento al paesaggio. Con umiltà, appunto, ma con decisione.

I contributi qui raccolti – dei cui limiti siamo ben coscienti – sono da con-siderare traiettorie di avvicinamento, primi elementi che, con gli “Atti” dei nostri primi convegni, vogliono concorrere ad una progressiva definizione disciplinare. Ci muoviamo in una ragionevole sintonia con chi avvertì con priorità il problema della “conservazione del paesaggio”: con Riegl, Ruskin e Boito; con Giovannoni, Brandi, Pane, Sanpaolesi e Barbacci (è suo “Il guasto nella città antica e nel paesaggio”); ma anche con i più vicini Salvatore Boscarino e Gaetano Miarelli Mariani, fra i più attenti a ricordare e sottolineare l’inscindibile binomio fra testo monumentale e paesaggio, nella loro organica reciprocità.

F.G.
Palmares di Costa Rica, luglio 2005