Terremoto: una lezione amara tra restauro e paesaggio
Articolo pubblicato su Progetto e Restauro - Alinea Editrice - AAVV

Credo che il cretto di Burri a Gibellina, in ricordo del terremoto del 1968, più che l’opera magistrale di un artista sia una vergogna pubblica nei confronti della gente e della cultura. Non è un manufatto di qualità e nemmeno un buon esempio di land art perchè non bastano certo le grandi dimensioni fisiche o le grandi interpretazioni individuali a dare credibilità universale e significato simbolico  vero a ciò che invece è chiaro ed evidente davanti agli occhi di tutti: una sterminata e pesantissima colata di cemento che tutto copre e tutto cancella. La scomparsa di un paese e la perdita della sua storia per inventare un segno, tanto dispendioso e inutile quanto falso e mistificante, che rinnega e riconnota arbitrariamente il territorio violato. Questo terribile scempio, che offende insieme al Belice la Sicilia e la società intera, sia  come  orrenda cicatrice paesaggistica che come bruttura idealizzata, più che testimonianza di un fatto drammatico accaduto e di un’identità perduta da ricordare è solo il risultato devastante di un totale vuoto di umanità e di sensibilità, specchio questa volta veritiero di una politica cieca fatta di presunzione e di spregiudicatezza, lontanissima dai bisogni e dalle speranze della povera gente. Non pietoso sudario del terremoto e reliquia della memoria ma solo immagine di se stesso, nuovo e più violento terremoto che ha portato definitivamente ed irreversibilmente alla cancellazione persino della catastrofe naturale e che ha tradito tutto e tutti perché celebra solo quella che si presenta ormai solo come la catastrofe umana. I superstiti, orfani del loro passato, vagano ancora dopo anni in cerca di qualcosa in cui riconoscersi. Oggi, nella speranza che il tempo abbia illuminato la follia del momento, l’unico intervento credibile, nel  minimo rispetto dei luoghi e della popolazione, non può essere che l’abbandono  dell’opera nefasta, non certo il suo ripristino. Solo l’idea di finanziarne l’imponente restauro con le già minime risorse del Ministero per i Beni e le Attività Culturali o della Regione Sicilia, a scapito delle vere opere d’arte e delle infinite meraviglie architettoniche dei tanti centri storici abbandonati, appare strumentale e assurda, quasi  provocatoria.


La colpa grave di questa proposta fatta ai giorni nostri consiste nell’ignorare quanto la cultura del buon governo del territorio abbia prodotto nel ventennio a cavallo del XXI secolo ed in particolare quello che negli ultimissimi anni si è maturato come politica di tutela del paesaggio. Non solo il cretto di Burri ma l’intero modo con cui si è proceduto alla ricostruzione di Gibellina sono oggi da ritenere assolutamente superati. Pensare di ricostruire un paese in un luogo diverso dall’originale, con tipologie architettoniche dirompenti e decontestualizzate, credere di poterlo riqualificare mediante l’inserimento di grandi opere d’arte moderna corrispondeva alla concezione del tempo legata all’idea di un intervento imposto dall’alto e basato sulla celebrazione stereotipata dell’arte.  Era l’espressione elitaria della cultura e della politica più affermata che derivava dalla convinzione che fossero meritevoli di conservazione solo le opere più importanti, quelle più significative di coloro che erano considerati gli uomini più illustri ed i soli manufatti emergenti del territorio senza prendere in considerazione quelle che erano considerate architetture minori, il patrimonio edilizio dei centri storici e degli insediamenti isolati antichi, il diffuso tessuto strutturale dell’architettura rurale e vernacolare, tutto ciò che in sostanza caratterizza il legame tra terra e uomo e qualifica di fatto la stragrande maggioranza dei contesti esistenti nel nostro paese. La stessa Carta di Atene, il documento manifesto del 1931 con cui il mondo colto degli architetti stabiliva a livello internazionale le linee di indirizzo della pianificazione urbanistica moderna, laddove dettava i criteri di base per una corretta metodologia del restauro nell’ottica di una doverosa conservazione dei monumenti, prevedeva di intervenire solo sulle opere d’arte più eccelse e metteva in guardia dai falsi rifacimenti e dalle imitazioni riconoscendo valore supremo esclusivamente agli edifici antichi originali. Da qui la tutela pedissequamente celebrativa e conservativa delle poche “Torri di Pisa” ed il culto idealizzato del monumento e della sua memoria a discapito di tutto il resto, oggetto di pesanti demolizioni e sostituzioni. L’opera di restauro conservativo infatti, interpretata in chiave intellettualistica come la sola carica di valore culturale nel campo dell’architettura, ha così finito per isolarsi in un mondo riservato ed esclusivo di pochi e per pochi distaccandosi del tutto dal più diffuso modo di intendere l’intero mondo dell’ edilizia e dal comune e tradizionale modo di realizzare gli interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria, di concepire le nuove costruzioni, di fare gli ampliamenti e le ristrutturazioni, di pensare la città e dunque di redigere gli stessi strumenti urbanistici o di pianificazione, tutte operazioni queste rimaste così strettamente ed arbitrariamente legate ad interessi economici particolari ed immediati. Così questa idea dell’eccellenza e dell’intangibilità del monumento, che ha senz’altro il merito di aver introdotto il valore culturale del restauro rispetto alla semplice funzionalità di ogni altro intervento edilizio, ha però rotto con la prassi abituale del fare architettonico che per secoli non aveva comunque fatto distinzioni di sorta tra le strutture costruite vecchie e nuove, riconoscendone comunque l’utilità materiale ed il valore immobiliare mediante il riuso sistematico di tutte le preesistenze recuperabili.


Questo distacco culturale dalla tradizione ha così finito non solo per evidenziare uno strappo con la storia ma anche per creare crescenti difficoltà d’azione nel  presente nel momento in cui si è presentata la necessità di dover utilizzare un immobile, riconosciuto di pubblico interesse storico artistico, in modo nuovo rispetto all’uso tradizionale senza poterlo modificare adeguatamente. In effetti da sempre l’uomo ha riutilizzato tutto ciò che aveva a disposizione per dare nuove risposte a nuovi bisogni ed ogni nuova generazione ha sistematicamente modificato la consistenza e l’ìmmagine delle proprie città e delle proprie campagne senza mai attribuire particolare importanza a determinati elementi costruttivi  o a determinati stili o periodi architettonici. E’ peraltro un dato di fatto inconfutabile che la presenza dell’uomo implichi  un rapporto forte col territorio e che questo a sua volta determini un’evoluzione continua e dinamica nel paesaggio. E’ d’altro canto oggettivamente impensabile ritenere di poter congelare una realtà viva o pensare di prevedere azioni di tutela, ancor più se a grande scala, basate solo su strumenti passivi di controllo. Da qui la necessità di un recupero ideologico e metodologico da fare proprio nella consapevolezza dell’ inevitabile evolversi del pensiero critico e, per certi aspetti, nel recupero di una prassi secolare: non è più tempo di parlare di bene culturale come monumento eterno e come opera singola ma di paesaggio e di patrimonio culturale unitario e mutevole e, contestualmente, è il momento di passare da una visione statica che immobilizza il tempo in un’eterea conservazione dei beni culturali alla consapevolezza di un processo storico dinamico e dunque all’idea di una gestione coordinata di tutte le risorse paesaggistiche del territorio, monumenti compresi. E’ proprio un passaggio epocale che senza rigettare il passato ne apre comunque il campo a prospettive nuove integrandone e modificandone così il significato. Paesaggio infatti non è sinonimo di forma casuale, di bellezza estetica o di gusto soggettivo ma è il risultato unico ed univoco di eventi precisi realmente accaduti, la sintesi evidente di un processo storico che, attraverso il complesso sistema dei rapporti tra uomo e natura, si è compiutamente stratificato e configurato nel corso del tempo in un determinato luogo, seppur sempre per una durata di tempo più o meno lunga. Proprio perché un contesto paesaggistico costituisce l’esito esclusivo dell’uso particolare che la gente ha fatto di una specifica porzione di territorio ogni paesaggio racchiude in sé, in modo semplice e chiaro, il senso più profondo e veritiero della peculiare identità dei luoghi e si presenta pertanto come l’elemento connotatore, certo non esaustivo ma comunque significativo e puntuale, che esprime meglio di ogni altro la natura complessa ed il livello di civiltà di un sito e della sua popolazione. Ogni paesaggio lega dunque in maniera indissolubile un qualsiasi pezzo di terra con la gente che ci abita, proprio perché non può non esserci corrispondenza tra l’immagine di un luogo e la storia e la vita della popolazione che quel paesaggio ha contribuito nei secoli a costruire.


E’ indubbio che nel passato, in ogni luogo della terra, sia stato proprio il modo di vivere, di insediarsi, di lavorare degli abitanti che ha finito nel tempo col caratterizzare i posti, ottimizzarne la vivibilità e renderli di conseguenza più sicuri e più belli. Si poteva infatti prendersi cura delle proprie cose secondo buone regole comportamentali che consentivano di intervenire prontamente ed in maniera adeguata perché, per quanto il contesto ambientale dove ogni uomo trascorreva la propria intera esistenza fosse il più delle volte decisamente ridotto e semplice, alla vincolante limitatezza strumentale dei tempi si contrapponeva il vantaggio di avere a portata di mano un patrimonio culturale di conoscenze, un vero e proprio sapere collettivo, che era il frutto di scelte precise e motivate fatte direttamente sul posto sulla base di maturate e valide esperienze di vita. Di sicuro i nostri antenati non sapevano più di tanto sul moderno concetto di ecologia o di sostenibilità eppure quando intervenivano per sfruttare le risorse della terra  e costruire così nuovi paesaggi – quasi tutti ed ovunque erano contadini  –  trasformavano direttamente con le proprie mani il territorio in un sapiente e rispettoso equilibrio con la natura, un equilibrio che derivava forse più dalla consapevole paura di conoscerla come nemica che come amica ma che di sicuro accomunava in maniera efficace ed armoniosa i modi tradizionali di fare. Tutti sapevano quale fosse la risposta giusta a qualsiasi domanda precisa e questa era la forza e la civiltà di una popolazione. Frutto di esigenze condivise e di risposte condivise un paesaggio non era e non poteva mai essere opera di un singolo ma di molti e proprio perché espressione di una collettività si deve dedurre che il paesaggio esprime un’eredità culturale e sociale per cui diventa esso stesso un bene culturale. Si può allora dire che così come la singola opera d’arte è l’espressione culturale di un singolo artista analogamente il paesaggio è l’espressione culturale di una comunità. Un paesaggio è dunque fatto di storia e fatto di gente, di ambiente e di natura, di lavoro e di significati, in ogni luogo diverso ed unico nella sua esclusiva irripetibilità. Paesaggio quindi come genius loci, elemento di caratterizzazione territoriale e di identificazione e riconoscimento delle popolazioni, comprensivo di tutte le componenti culturali e naturali materiali ed immateriali del posto. E dunque un paesaggio contiene sempre anche l’insieme di tutti i beni monumentali. Questa è l’identità culturale espressa dal paesaggio come specchio della civiltà e patrimonio sociale comune ed ecco perché una corretta politica di tutela dei beni culturali oggi non può che indirizzarsi naturalmente e compiutamente se non verso la tutela e la valorizzazione del paesaggio. Una volta delineato questo percorso è logico procedere nel cammino che porta dal monumento al paesaggio, dalla singola opera architettonica alla ricca complessità del contesto, dal restauro della sola emergenza alla gestione condivisa dell’insieme delle risorse culturali e naturali.  Le emergenze monumentali hanno anche rilevanza paesaggistica oltre che architettonica per cui la cultura del restauro non deve certo rinnegare l’originale concetto di monumento ma inglobarlo con un ruolo preciso in una visione più ampia dell’azione di governo del territorio che supera, in senso evolutivo, la logica della “cattedrale nel deserto”  per un’idea di politica di sistema, più ampia e condivisa, che trova il suo nuovo riferimento concettuale e metodologico nella Convenzione Europea del Paesaggio. In questo documento internazionale siglato a Firenze nel 2000, davvero di grande prospettiva, si riconosce finalmente l’interesse, come risorsa culturale, di tutto il territorio intero inteso come patrimonio paesaggistico diffuso, da tutelare o riqualificare a seconda del diverso valore dei contesti. Come secondo elemento centrale si sottolinea in modo esplicito il ruolo fondamentale delle popolazioni per le quali il paesaggio assume il significato di risorsa sociale, culturale ed economica. La conservazione dei beni monumentali viene così ad essere direttamente interessata ed integrata da interventi coordinati e diventa valorizzazazione dei beni paesaggistici esistenti, recupero funzionale storico o riuso innovativo ed è sempre supportata da nuovi interventi ed operazioni sociali ed economiche collaterali, quali agevolazioni, contributi, sgravi, azioni pilota etc. Non si dimentica dunque la lezione del passato ma la si ricolloca in una più corretta e doverosa relazione funzionale con l’intorno avendo cura di non cancellare i segni significativi ma di aggiungerne eventualmente di nuovi senza nulla togliere a quanto costituisce la memoria storica e anzi reinserendo anche questa nel circuito delle relazioni umane ed economiche. Una fattoria od un borgo antico ad esempio, così come una chiesa od un castello, non sono fatti solo di strutture  e di spazi, di edifici e di percorsi, ma anche di persone, di rapporti, di lavoro, di conoscenze, di mercato, di ambiente, di cultura, di idee ed altro ancora. Completare il restauro architettonico delle sole strutture fisiche serve a poco se non sappiamo, prima ancora di iniziare i lavori, chi vi andrà a vivere e cosa vi andrà a fare. Il risultato di tutto questo è paesaggio e la qualità formale dell’immagine finale ci darà l’esatto valore della qualità degli interventi e della qualità della vita che il progetto  implica.


Questo concetto diventa ancor più delicato e complesso  laddove si presenti la necessità di un intervento dì urgenza a seguito di distruzioni improvvise così come dopo un evento bellico o terroristico oppure a seguito di una calamità naturale, come ad esempio nel caso del recente sisma all’Aquila. Il paesaggio, come detto, per sua natura è l’esito di un processo storico di relazioni tra uomo e ambiente ed in questo caso diventa ancora più evidente come nel ridefinirne l’immagine definitiva non intervenga solo la componente dello spazio ma anche quella del tempo. Le scelte strategiche che destinano le risorse per gli interventi condizionano infatti in maniera irreversibile quello che sarà il risultato finale delle operazioni. L’opzione doverosamente prioritaria di costruire i primi alloggi prefabbricati per motivi di urgenza abitativa in sostituzione dei campi di tende non è svincolata dal problema di come ridisegnare la forma definitiva della nuova città futura. Ebbene, per quanto sinora detto, credo che dovendo prevedere la ricostruzione della città si debba parlare non di un restauro urbano quanto di un recupero paesaggistico del centro abitato, intendendo con questo un sostanziale ripristino della città così com’era e dov’era evidenziando però l’opportunità di procedere al restauro rigorosamente conservativo solamente delle chiese e degli edifici storici principali e la necessità di riproporre comuque in modo rigoroso il disegno della maglia delle strade e delle piazze originali. Si dovrà procedere in parallelo al ripristino degli immobili recuperabili ed alle necessarie demolizioni, rimozioni e nuove sostituzioni strutturali in generale di tutti gli edifici collassati compresi purtroppo anche quelli antichi troppo degradati. Questo per consentire quanto prima il ripristino completo dei prospetti e degli allineamenti viari preesistenti in modo da poter comunque ritrovare insieme al tessuto ricostruito i capisaldi ambientali dei contesti originali più caratteristici del centro storico. Sono infatti questi che costituiscono la vera componente paesaggistica assolutamente da garantire perché la gente possa davvero tornare a vivere nella propria città risentendosi a casa. Magari avendo anche cura di separare, in una lucida visione di “raccolta differenziata” le vecchie macerie degli edifici costruiti in calce, da riutilizzare una volta frantumate come inerti, dai resti delle strutture in cemento, da destinare decisamente alle discariche. Dunque niente eccessi di spese architettoniche per restauri troppo costosi o per velocizzare i tempi perché il recupero vero e proprio consisterà nel sostenere in tutti i modi la ripartenza della vita normale della popolazione, nel saper ridare alla città la sua vita perduta, una vita fatta di persone che lavorano e che si incontrano e che in parte sarà identica a quella di prima e che per forza di cose in parte sarà nuova, proprio come l’ immagine futura dell’Aquila.


La mancanza di qualità dei paesaggi contemporanei deriva proprio dal distacco che oggi c’è tra residenti e territorio: tutti si sono subito resi conto che i nuovi quartieri dormitorio dopo l’ebbrezza del primo giorno di consegna delle chiavi non possono costituire una condizione abitativa sufficiente. Non solo in Abruzzo ma in ogni parte d’Italia c’è stato un terremoto anche se più diluito nel tempo e le modificazioni piccole e grandi che hanno stravolto i centri abitati sono il risultato di scelte fatte da lontano, fatte in modo parziale, previste da progetti e da piani che sono conosciuti e voluti solo dai pochi centri decisionali. Squallide periferie anonime, strade e rotonde invasive e sovradimensionate, insediamenti industriali e commerciali fuori scala e decontestualizzati,  saturazione delle aree verdi, abusivismi di ogni tipo, tutti interventi architettonici impattanti e scoordinati, che rappresentano l’immagine dell’oggi, che sono il risultato di interventi sregolati concepiti con obiettivi parziali o interessi immediati e comunque tutti realizzati senza prendere in considerazione il contesto paesaggistico dell’intorno. E’ proprio il progetto concepito sulla carta, a tavolino , in astratto, senza capire dove si mettono le mani che distrugge il territorio. Siamo abituati a concepire il paesaggio come un fatto estetico e solo marginale per cui poco finora si è fatto per una vera politica di tutela di quello che rappresenta per tutti  il passato a fronte del tanto decantato ed auspicato “sviluppo” della società, spesso ricercato in maniera frenetica e individuale. La strumentale contrapposizione tra economia e paesaggio ha fatto sì che questo sia stato sempre considerato come un bene fittizio e irrilevante ed invece la cultura del paesaggio rappresenta la giusta visione del buon governo del territorio che si fonda sui due cardini della nostra società: il rispetto della natura, nel quadro degli equilibri ecologici e della sostenibilità, ed il rispetto dell’uomo, documentato dalla tutela e valorizzazione dei beni culturali e delle risorse paesaggistiche che, come sì è visto, della civiltà sono le testimonianze più significative ed evidenti. Sono pertanto convinto che, così come finora il riferimento della cultura architettonica si è rivolta solo alla disciplina del restauro ed alla carta di Atene ed è stato patrimonio culturale esclusivo degli architetti, oggi la nuova missione culturale di chi persegue una corretta politica edilizia e territoriale sia sintetizzata nella Convenzione Europea del Paesaggio ed appartenga ormai non solo a tutte le categorie degli ordini professionali ma chiami ad un senso di responsabilità in primo luogo gli amministratori e non meno la società intera.


Riccardo Lorenzi

Laboratorio del Paesaggio di Pisa


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