Antico Canevone Veneziano a Rimini. Progetto di consolidamento ed adattamento.

Antico Canevone Veneziano a Rimini. Progetto di consolidamento ed adattamento.

Relatore: Prof. Ing.L. Nizzi Grifi
Correlatore/i: Prof. Arch.S. Van Riel
Laureando/i: Giampiero Pirazzini
Anno accademico: 1990/1991

Abstract

Premessa
L’antichissimo CANEVONE DI SANTA MARIA DELLA MISERICORDIA DI VENETIA, situato a Rimini nell’angolo tra Via L. Tonini ed il vicolo Santa Maria in Corte, pur non essendo un edificio dotato di un alto valore estetico, capace cioè di sollecitare nell’osservatore determinate sensazioni o giudizi critici, è tuttavia il prodotto dei vari momenti storici che hanno condizionato l’evoluzione della società, determinandone le diverse espressioni.
E’ dotato di vita propria e gli eventi che contribuirono a determinarne l’origine ed a fissarne le connotazioni, sono i medesimi che condizionarono la vita della comunità in cui esso visse: il Canevone è memoria del nostro passato.
Ricercarne le origini, dare una risposta ai vari interrogativi che nascono dalla lettura di questa piccola costruzione a due piani del XII e XIII secolo, per penetrarne le motivazioni ed il significato, equivale a ripercorrere i momenti storici della società e ritrovare le proprie radici usando una particolare chiave di lettura.

Ricostruzione documentaria dell’identità storica
Gli storici riminesi non hanno dedicato molta attenzione al Canevone di Venezia che pure presenta un notevole interesse anche dal punto di vista architettonico.
Sulla facciata un’epigrafe di arenaria sormontata da uno stemma prelatizio fornisce i primi elementi per avviare una ricerca: “Antichissimo Canevone di Santa Maria della Misericordia di Venetia rivisitato, anno Dni 1683”.
Spulciando manoscritti in Gambalunghiana e vecchie guide di Venezia si riesce ad identificare la famiglia cui appartiene lo stemma; si tratta dei Moro: “Mori di buon intelletto, et amatori della patria, fecero edificar la chiesa, et Hospitale della Misericordia… Portano l’Arma azzurra di sotto a sbarre (in realtà sono bande) bianche, et di sopra bianco con tre More negre” (ms. Sc-Ms 525 Casate de Ssri Nobili Venetiani). Lo stemma contrassegnava quindi uno stabile appartenete al priorato o Abbazia di S. Maria della Misericordia di Venezia.
“Canevone” deriva da Canava, ossia “ bottega dove si vende il vino al minuto talora anche pane ed altri commestibili “ ma anche magazzino per il grano o per il sale. La struttura originaria, tipicamente medievale, è costituita da un paio di casette a schiera del 1300, ubicate all’interno della cinta muraria romana vicino al fiume Marecchia che costituiva il vecchio porto. E’ forse la più antica testimonianza di un’edilizia minore oggi quasi completamente scomparsa.
La metamorfosi delle due casette a schiera medievali in vero e proprio magazzino con bottega fu probabile conseguenza del gesto nobile e caritatevole di un certo Benedetto fu Nunzio (proprietario dell’edificio) che con testamento datato 22/03/1444 donò “all’Hospedal della Misericordia de Venetia et una sua casa messa in la contrà de S. Martino d’Arimano”. La data del 1444 potrebbe quindi segnare il momento in cui la casa di Benedetto fu trasformata in magazzino tamponando le tre porte ogivali ed una quarta porta ad arco a pieno centro, svuotandole dei muri interni e scavando due profonde buche da grano per conservare o smerciare i prodotti dei terreni che il Priorato di Santa Maria della Misericordia di Venezia possedeva nel Riminese.

Ricostruzione degli aspetti sociali, urbanistici ed architettonici
Gli aspetti più espressivi del Canevone traggono le proprie origini dal medioevo; innanzi tutto perché le condizioni storico sociali di quel periodo favorirono la nascita di congregazioni filantropiche ed assistenziali come quella del priorato di Santa Maria della Misericordia e poi perché l’edificio stesso ha preso corpo da una struttura tipicamente medioevale.
Il tessuto popolare si saldava direttamente, per vicinanza o commistione, alle attività produttive. La zona portuale lungo il Marecchia era un ambiente di vita di mondo popolare e variopinto, occupato nei servizi e nelle attività commerciali e artigianali: orientali, levantini, albanesi, veneziani, greci, formano “minoranze”, espressione di una stratificazione etnicamente composita. Sorsero qua e là nella città le confraternite, con funzioni sociali ed economiche, come quella dei Romani con l’oratorio di S. Cosma, quella degli armeni con l’oratorio di S. Giovanni Battista, quella degli albanesi a S. Nicolò, quella dei greci a S. Antonio Abate, quella dei Tedeschi a S. Paterniano, quella dei Veneziani nell’oratorio di S. Marco.
In Rimini e nel Riminese avevano possessi e diritti le abbazie di S. Giorgio Maggiore, di S. Gregorio di Venezia, i Crociferi di Venezia. D’altronde la chiesa era la sola associazione potente e universale. In una cultura caratterizzata da una stupefacente varietà di dialetti, leggi, cucine, monete, pesi e misure, essa offriva una patria comune, anzi un rifugio universale ed una parte delle attività economiche della comunità doveva essere dedicata al mantenimento del clero e dei suoi servitori.
La città era caratterizzata da un’edilizia modesta, in molti quartieri e nei borghi addirittura povera, che faceva sembrare importanti e fastosi i non numerosi palazzi dei nobili e dei ricchi borghesi nel centro cittadino, e imponenti e solenni le costruzioni religiose che sorgevano in quasi tutti i rioni. All’interno della cinta muraria, anche nelle strade principali, comparivano casette simili con il piano terreno riservato a magazzini e botteghe. La bottega era una famiglia e così anche l’ufficio di un mercante. Tutti mangiavano alla stessa tavola, lavoravano negli stessi locali dormivano qui o nel salone comune, trasformato per la notte in dormitorio e partecipavano alle preghiere della famiglia ed ai suoi divertimenti. L’intima unione tra vita domestica e lavoro determinava in genere l’organizzazione interna delle abitazioni medievali normalmente senza una divisione fisica dello spazio. La mancanza di specializzazione era compensata da uno sviluppo più ampio delle funzioni domestiche nelle istituzioni pubbliche: fornai, bagni municipali, fontane, ospedali, ecc.

Il mistero della Stella
Nelle adorne facciate del Canevone sono state inserite all’altezza dei marcapiani delle Stelle ad otto punte in pietra d’Istria.
Sull’origine ed il significato di questo simbolo si possono formulare due ipotesi.
La prima ipotesi è che essa potrebbe rappresentare un simbolo abbaziale inserito nel 1600 quando Papa Clemente VIII concesse al Priore Gerolamo Savina le insegne abbaziali, così il “priorato de Ca’ Moro” diventò popolarmente, ma non canonicamente “l’abbazia da Ca’ Moro”; non vi sono però elementi di riscontro su altri edifici appartenenti allo stesso priorato
La seconda ipotesi trae spunto dall’ambiente veneziano del XVII sec., in relazione alle motivazioni che portarono alla costruzione della chiesa di S. Maria della Salute. Nel 1630 Venezia fu colpita da una terribile pestilenza, che provocò migliaia di vittime. Il senato decise allora che, se con l’aiuto del cielo il morbo fosse debellato, sarebbe stato eretto in onore della Vergine un tempio grandioso. La chiesa fu consacrata nel 1687 in onore della Vergine e presenta, inserite nelle trabeazioni, stelle ad otto punte che simboleggiano Maria. Nel Poiché il Canevone appartenne ad una congregazione di carità molto devota alla Madonna, potrebbe essere che con i lavori di restauro del 1683 si abbia voluto proteggere l’edificio da altri disastri applicando in facciata questi simboli mariani (terremoto del 1672, alluvioni, carestie, ecc.).

IPOTESI DI RECUPERO
Premessa
Rimini è solitamente definita città’ di mare, come tale sembra essere nata, e tale sembra essere sempre rimasta, nonostante abbia rivestito anche altri ruoli.
Credo però che il suo rapporto con il mare sia ambiguo, e che del mare essa abbia un ambiguo concetto.
La città ha sempre avuto bisogno del mare. Rubriche su rubriche degli antichi statuti parlano del porto e delle attività ad esso connesse; ingegneri ed idraulici famosi l’hanno studiato e trasformato, i riminesi l’hanno reso, da naturale, artificiale nel tentativo di controllarlo e di migliorarlo, si sono creati artificialmente quasi dal niente, anche un a spiaggia e l’hanno attrezzata, con uno slancio forse eccessivo, ma in maniera per certi aspetti invidiabile.
Ma il rapporto con il mare è ambiguo, dicevo, e questa città, infatti, sembra, fin nella sua struttura topografica, solo per metà una città di mare.
Anche il concetto di mare, per i riminesi è incerto; tanto che è considerato elemento votale della città solo per pochi mesi dell’anno.
Più che “città di mare” dovremmo chiamarla “città sul mare” anche se consideriamo le principali vicende della sua storia.
Del resto attualmente i principali protagonisti dell’attività balneare sono per la massima parte dall’interno del territorio riminese, ed impiegano manodopera di estrazione rurale, sono cioè di tradizione e cultura estranee al mare e con un rapporto di pura speculazione.
Tutto ciò unito a fattori di politica economica nazionale, mentre da una parte si provocava uno scadimento delle attività agricole, dall’altra si portava inevitabilmente alla diminuzione dell’attività industriale ad alla scomparsa di quella portuale.
Anche le tradizioni marinare, ancora vive fino a pochi decenni fa, nei borghi di Marina e di S. Giuliano, stanno rapidamente scomparendo.
Solo oggi si ricomincia a parlare del porto, ma in funzione squisitamente turistica, non per il commercio né per la pesca.
L’Antichissimo Canevone per il suo remoto ruolo e significato nel contesto urbano, potrebbe costituire un valido supporto alla conservazione e diffusione di questo patrimonio culturale che andrebbe altrimenti disperso o confuso anche per quel fenomeno di elefantiasi che avviene allorquando si tende, al di là di ogni senso della misura, a concentrare in un edificio solo il vasto patrimonio artistico e culturale riminese.
Le sue vicinanze al complesso dei musei comunali ed ai recenti scavi archeologici di Piazza Ferrari, che hanno portato alla luce i sedimenti di un edificio romano con due buche di grano simili a quelle del Canevone, n’esaltano l’attitudine ad assumere questo nuovo ruolo, compatibilmente all’ubicazione.
E’ quindi un’opportunità davvero rilevante quella che ci offre il recupero di quest’edificio ai più sconosciuto, riqualificando in questo senso la sua presenza nel contesto urbano, si creerà senz’altro un momento di riflessione anche verso quelle che potranno essere le programmazioni politiche ed economiche future.

Criteri generali di progetto
Il nuovo ruolo che il Canevone dovrà assumere secondo le premesse appena esposte è in sostanza quello di Museo archeologico di se stesso, e degli oggetti culturali ed artistici della civiltà riminese e tradizione marinara ancora vivi fino a pochi decenni fa.
Il recupero dovrà essere effettuato senza alterare la natura e l’immagine architettonica del fabbricato, che dovrà però adattarsi ad ospitare materiale che può variare molto nelle dimensioni, nella qualità e provenienza, a definire itinerari scientifici che illustrino con chiarezza la storia del materiale esposto.
Naturalmente tale operazione implicherà creazione di spazi museografici formulati in base ai problemi che pone il materiale da esporre: illuminazione degli oggetti, distanza degli stessi dal punto di osservazione del visitatore, inserimento nell’itinerario di visita di pannelli didattici o di tramezzature mobili.
Per non incorrere in falsi storici e tenere linguisticamente distinti l’allestimento vero e proprio da contesto storico architettonico dell’edificio si eviteranno soluzioni irreversibili come gli interventi in muratura, preferendo soluzioni che prevedano l’uso di materiale mobile e leggero (pedane, pannelli, griglie, lastre di cristallo temperato), che non accentuano i problemi di stabilità e non deturpano l’unità formale, facendo comprendere al visitatore che le collezioni esposte sono solo “ospitate” in quell’ambiente e ad esso non vanno attribuite o rapportate.
Analogamente nel caso in cui per necessità distributive, o per esigenze espositive, si dovranno creare nuove aperture o nuove strutture di collegamento, si opererà in modo da far comprendere chiaramente l’operazione eseguita; in maniera che il visitatore possa distinguere, senza possibilità di confusione, gli interventi di adattamento dall’organismo originario.

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