Capanno da Pesca Paesani a Rimini. Ipotesi di consolidamento e adattamento.

Capanno da Pesca Paesani a Rimini. Ipotesi di consolidamento e adattamento.

Relatore: Prof. Arch. Silvio Van Riel
Correlatore/i: Arch. Iader Carlini
Laureando/i: Paola Liuzzi
Anno accademico: 1998/1999

Abstract

 

Capanno da pesca

La costruzione del Limite “La linea di costa è una riga netta e tortuosa che separa l’acqua dalla terraferma. La riva che segna questo passaggio di stato è un terreno vago ove si sono espresse incertezza e paura, ma anche il forte impulso che la cultura del mare comporta, ad andare “oltre”. Costruire sull’acqua fa parte della medesima sfida, abitare il mare seppur nei pressi della riva può diventare un’impresa temeraria. L’architettura dell’acqua sembra non avere fondamenta. Affidata alla tranquillità corrosiva del mare o alla sua furia distruttiva, essa mette in conto deperibilità e marcescenza, ed un senso di stabile precarietà che può anche durare a lungo. Si definiscono così alcuni tratti fragili dei paesaggi mobili che sospingono la forma verso le sponde dell’ibrido e della contaminazione. […] Le costruzioni che si spingono in acqua muovono da una necessità puntuale (la pesca, la passeggiata, l’attracco) e da un rinnovato senso di sopravvivenza (il mare corrode, rovina, distrugge). I capanni da pesca ad esempio sono costruzioni isolate e temerarie: sospinte in acqua diventano tralicci leggeri: la leggerezza è il segreto della resistenza al mare e l’elasticità dei giunti è una buona precauzione contro la conflagrazione dei pezzi causata da una mareggiata. Costruzioni senza fondamenta, il loro appoggio è fuori dell’acqua, sugli scogli o sulla terraferma. I pezzi, poveri e di recupero, sono assemblati secondo una necessità materiale e contingente; la tecnologia è sapiente ed elementare al tempo stesso; le forme non premeditate si allargano in trame complesse ed intrecciate, per resistere meglio, per aumentare la base d’appoggio, disegnando una ragnatela quasi impercettibile di finissimi cavi. Le architetture senza architetti si avvalgono di una sapienza costruttiva mai scritta, tramandata con la parola e con la pratica, difficile da tradurre in calcolo, così come difficile è la restituzione in disegno. Oggetti che potrebbero passare inosservati, quanto meno all’attenzione che la disciplina di solito pone attorno agli elementi di configurazione del territorio”.

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Profilo

Liuzzi Paola

Le città e gli occhi Dopo aver marciato sette giorni attraverso boscaglie, chi va a Bauci non riesce a vederla ed è arrivato. I sottili trampoli che s’alzano dal suolo a gran distanza l’uno dall’altro e si perdono sopra le nubi sostengono la città. Ci si sale con scalette. A terra gli abitanti si mostrano di rado: hanno già tutto l’occorrente lassù e preferiscono non scendere. Nulla della città tocca il suolo tranne quelle lunghe gambe da fenicottero a cui si appoggia e, nelle giornate luminose, un’ombra traforata e angolosa che si disegna sul fogliame. Tre ipotesi si danno sugli abitanti di Bauci: che odino la Terra; che la rispettino al punto d’evitare ogni contatto; che la amino com’era prima di loro e con cannocchiali e telescopi puntati in giù non si stanchino di passarla in rassegna, foglia a foglia, sasso a sasso, formica per formica, contemplando affascinati la propria assenza. Italo Calvino "Le città invisibili"
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