La Mole Vanvitelliana ad Ancona. Rilievo e indagine strutturale. Ipotesi di consolidamento.

La Mole Vanvitelliana ad Ancona. Rilievo e indagine strutturale. Ipotesi di consolidamento.

Relatore: Prof. Arch. Silvio Van Riel
Correlatore/i: Dott. Mario Paolo Semprini, Prof. Fabrizio Davì
Laureando/i: Silvia Beccacece
Anno accademico: 2005/2006

Abstract

1. Le premesse

La scelta della Mole Vanvitelliana quale oggetto di indagine, è stata determinata dall’interesse che questo edificio riveste, sia dal punto di vista storico, che architettonico e strutturale. La sua importanza nel tessuto urbano e sociale della città di Ancona, è tale da rendere inaccettabili le destinazioni d’uso che lo hanno caratterizzato nell’ultimo secolo e preoccupanti le trasformazioni subite negli anni, nonché lo stato di avanzato degrado con il quale è stato “restituito” alla collettività per un pubblico utilizzo.L’attenzione nei confronti dell’ex Lazzaretto e del suo recupero architettonico e funzionale, è sicuramente aumentata negli ultimi anni, e il lavoro svolto si colloca all’interno di questo rinnovato interesse per l’opera. Dopo un’accurata ricerca storica, relativa alle vicende costruttive e agli interventi perpetrati nel tempo, è stata condotta un’indagine strutturale, di rilievo e verifica, per valutare lo stato di conservazione delle strutture stesse, in funzione di un ipotetico progetto di adattamento. Particolare attenzione è stata posta nell’analisi dell’interazione tra le strutture originali e quelle relative ad interventi successivi, ponendo l’accento sui telai in cemento armato realizzati negli anni ’40. Tale rapporto è stato poi oggetto di verifica sismica, condotta con criteri di carattere dinamico, data la complessità del  sistema esaminato. Sulla base delle indagini effettuate, sono stati quindi proposti interventi di consolidamento e di riabilitazione strutturale del manufatto.Il lavoro si è quindi concluso con un’ipotesi progettuale, facendo attento riferimento alle normative che regolano gli edifici di pubblica utilità, soprattutto in merito all’abbattimento delle barriere architettoniche, e alla predisposizione tecnica degli impianti del complesso. 

2. I caratteri storico-costruttivi del manufatto

Il complesso di opere eseguite dal Vanvitelli ad Ancona, fornì un apporto determinante allo sviluppo economico ed urbanistico della città, in piena decadenza e con una popolazione ridotta a poco più di settemila abitanti agli inizi del Settecento.Occupata dallo Stato Pontificio nel 1532, fu cura prevalente dei pontefici romani il potenziamento delle opere difensive della città e in particolare Papa Clemente XII, intuita l’importanza strategica del porto dorico, con una serie di importanti provvedimenti riuscì ad imprimere un nuovo impulso alla città.La realizzazione del Lazzaretto per la quarantena delle persone e delle merci in transito marittimo verso Ancona, va dunque inquadrata nel vasto programma di potenziamento e di restauro dell’area portuale, priva di sufficienti infrastrutture e soggetta ad un progressivo insabbiamento. Al giovane Vanvitelli vennero affidati sia il progetto architettonico del Lazzaretto che quello a carattere urbanistico di ristrutturazione dell’intero porto.Decisa dall’architetto l’insularità del manufatto, ed eliminati così i possibili vincoli di preesistenze o di particolari caratteristiche del terreno, era difficile sottrarsi al fascino dello schema geometrico perfetto, del poligono regolare, per un edificio che la funzione sanitaria prediligeva chiuso intorno ad un cortile ad uso dei contumaci. L’originalità della forma pentagonale consentiva inoltre di evitare la banalità  risolutiva degli angoli ortogonali, conferendo un dinamismo rotatorio attorno al tempietto di San Rocco, fulcro spaziale e centro compositivo dell’intero complesso.Il Lazzaretto vanvitelliano era poi un’architettura dall’aspetto militaresco, come possiamo ancora oggi riscontrare nella fattura del muro di cinta, nel marciaronda con garritte e nel rivellino. Al di là di motivazioni belliche forse non essenziali, emerge chiaramente la poetica vanvitelliana, volta al recupero dei valori architettonici rinascimentali e scarsamente interessata agli elementi decorativi.Il Vanvitelli propose per Ancona una nuova forma urbana, un nuovo rapporto con il mare servendosi della tecnica ingegneristica e idraulica a lui così congeniale. Il Lazzaretto e il Molo rappresentavano infatti, con le loro fondamenta nell’acqua, il trionfo della tecnica sulle forze del mare. Un articolo anonimo datato 15 agosto 1733 precisa la data della cerimonia di posa della prima pietra il giorno 26 luglio 1733.Tuttavia in tale data era già stato compiuto il rinterro del nucleo centrale ed iniziato quello del perimetro pentagonale esterno, eseguiti calando pietrisco, calce e pozzolana entro intelaiature formate da pali di legno d’abete infissi sul basso fondale, con un tecnica simile a quella ben nota al Vanvitelli, adottata per rinforzare la consistenza del suolo veneziano.La priorità data al rinterro del nucleo centrale, che costituirà la base del tempietto di S. Rocco, è probabilmente da ascrivere a motivi pratici relativi ai problemi del tracciamento in mare del perimetro pentagonale regolare, inscrivibile in una circonferenza che in un punto di quel rinterro aveva il suo centro stabile e ben rilevabile. Si procedette poi con la realizzazione dell’argine perimetrale che, oltre a costituire un efficace protezione dalla corrosione marina, offriva la possibilità di un controllo dimensionale del manufatto in senso paesistico e ambientale.Inserito scenograficamente nel ventaglio di terraferma retrostante, molte delle scelte architettoniche vennero fatte secondo un approccio urbanistico, tipico delle maggiori opere del Vanvitelli, privilegiando la vista da lontano. Come mostrano alcuni disegni del progetto originale, le difficoltà principali furono quelle relative alla costruzione di un edificio in mare aperto, senza il riparo e la protezione di un molo, che verrà realizzato solo in epoca successiva.Alla fine del 1736 l’opera era in una fase di avanzata realizzazione e completamente finite risultavano le opere idriche e fognarie che, per la destinazione sanitaria del manufatto, l’insularità e la penuria d’acqua della città, rivestivano un’importanza particolare. Degno di nota è il perfetto sistema di raccolta dell’acqua piovana, con eliminazione e scarico diretto in mare di quella proveniente dai luoghi che, per la loro destinazione o ubicazione, potevano essere infetti.Nel 1737 i lavori dovevano essere in uno stadio di notevole avanzamento, visto che in quell’anno si cominciarono a registrare i proventi incamerati con il deposito delle merci. Il completamento dell’opera subì tuttavia forti rallentamenti, dovuti anche alla morte di Clemente XII nel 1740 e solo nel  febbraio del 1743 i lavori poterono considerarsi ultimati.  

3. La funzionalità nel tempo

Passato alla dipendenza della Camera Apostolica nel 1748, l’edificio assolve per tutto il secolo alle funzioni per le quali era stato ideato e costruito, ospitando persone e merci in quarantena, ma alla fine del ‘700 comincia ad essere utilizzato come caserma ed ospedale militare e subisce i primi traumatici lavori di adattamento. Nel corso dell’Ottocento nuovi ospedali vengono attrezzati in città, in occasione di colera e di epidemie, mentre nei vari assedi del periodo risorgimentale il Lazzaretto evidenzia le sue caratteristiche militari e nel settembre del 1860 è al centro della battaglia per la presa di Ancona. Affidato al Comune nel 1868 per essere adibito a magazzino, subisce adattamenti industriali disastrosi e dal 1884 diviene raffineria per gli zuccheri, prevedendo persino delle ciminiere nella corte. Nel 1922 il complesso viene parzialmente affittato all’Amministrazione delle Privative come “Magazzino Tabacchi Greggi”. Nel 1927 il Demanio rileva dal Comune il Lazzaretto, ormai denominato Mole Vanvitelliana. L’edificio tra le due guerre è soggetto a ulteriori e brutali interventi strutturali, tutti finalizzati esclusivamente all’efficienza rispetto alla destinazione d’uso, che continua ad essere quella di deposito dei tabacchi della Manifattura di Chiaravalle. I lavori in questa nuova fase proseguiranno incessantemente e i numerosi interventi da allora realizzati saranno dettagliatamente documentati. Durante gli anni ’40 vennero realizzati una serie di telai in cemento armato demolendo irrimediabilmente e in modo consistente alcune strutture interne originarie, in particolare quelli del lato sud-ovest furono opera della ditta Nervi & Bartoli,. Nel 1966 l’edificio venne sottoposto a tutela seconda la L. 1089/39, tuttavia lo stravolgimento del manufatto verrà perpetrato senza resistenze sino ai nostri giorni, risparmiando miracolosamente solo il tempietto di S. Rocco.  

3. Rilievo architettonico e strutturale

La restituzione grafica del rilievo del manufatto esaminato, estremamente complessa ed onerosa, è stata possibile in prima istanza grazie alla disponibilità accordata dal Comune di Ancona, attuale proprietario dell’immobile, ad effettuare sopralluoghi nella totalità degli ambienti dell’edificio. Lo stesso Comune ha fornito il materiale di base per la comprensione delle consistenze architettoniche, rese particolarmente articolate dai massicci interventi che si sono susseguiti e che hanno reso difficile la lettura e l’orientamento negli ambienti interni, per chi si appresti a visitarli. Dopo una prima fase, volta ad acquisire una certa familiarità con il manufatto e finalizzata alla conduzione delle prime campagne fotografiche, si è proceduto effettuando approfondimenti e verifiche relative al rilievo architettonico e strutturale, fondamentali per la comprensione delle trasformazioni storiche che hanno interessato la Mole e per lo svolgimento delle successive fasi di verifica. Sulla base dei prospetti e delle sezioni ottenuti da misurazioni dirette, il rilievo materico e l’analisi del degrado sono stati restituiti  mediante la tecnica grafica del fotopiano, consistente nel raddrizzamento, metricamente esatto, delle riprese fotografiche dell’oggetto architettonico. Con tale strumento è stato possibile riportare in maniera perfettamente aderente alla realtà i materiali che caratterizzano l’opera, sia nei cromatismi che nelle superfici. Il degrado degli stessi materiali è stato poi riportato traducendo i fotopiani in toni di grigio, in maniera da annullare le informazioni sul colore e poter rappresentare le zone interessate dalle differenti patologie, mediante retinatura con campiture solide ad elevata percentuale di trasparenza, tali cioè da consentire la lettura della trama muraria sottostante.
 
 
4. Il quadro fessurativo e deformativo

L’indagine relativa ai dissesti è stata finalizzata a rilevare le situazioni di criticità manifestate dall’edificio. Numerose sono state le fessurazioni riscontrate, legate soprattutto a fenomeni di schiacciamento per le murature e a fenomeni di ritiro per i solai in c.a.; tra le deformazioni invece, degna di particolare nota è la rotazione fuori piano dell’intera facciata esterna del lato sud, dovuta ad un cedimento fondazionale differenziato, nonché alle azioni spingenti delle strutture voltate, relative al primo orizzontamento, e di quelle di copertura. La discontinuità strutturale determinata dalla
realizzazione dei telai in c.a. ha inoltre aggravato la vulnerabilità del complesso architettonico. La comprensione delle dinamiche deformative e fessurative rilevate, è stata facilitata dalla realizzazione del modello tridimensionale dell’intero manufatto, che ha evidenziato la complessa relazione tra le varie strutture presenti attualmente.
 
5. Verifiche statiche e sismiche al progetto di adattamento

Ad un’accurata fase di rilievo strutturale, che ha prodotto una serie di elaborati planimetrici e tridimensionali, è seguita quella relativa alla verifica statica delle differenti tipologie strutturali individuate. Tali verifiche sono state condotte con il M.T.A., sulla base delle indicazioni del D.M. 20/11/1987 per le strutture in muratura e del D.M. 9/1/1996 per quelle in c.a. e in acciaio. In particolare sono state oggetto di verifica le murature portanti originali, di cui erano disponibili i risultati relativi ad indagini distruttive (prove con
martinetti piatti), gli orizzontamenti voltati (volte a crociera e a botte), quelli realizzati con voltine in laterizio su travetti in ferro e quelli misti in legno e acciaio, nonché le strutture di copertura a capriate Polonceau, a puntoni e travi lignee e a cavalletti lignei. Nelle situazioni di mancata verifica o di inadeguatezza tecnologica, sono stati proposti idonei interventi di progetto volti a risolvere tali situazioni. In questa fase, particolare attenzione ha rivestito l’analisi dei telai in c.a. Un’approfondita indagine storica e d’archivio ha consentito l’acquisizione di tavole di carpenteria originali, da cui sono state tratte tutte le informazioni relative alle caratteristiche dei materiali e alla disposizione delle armature nelle sezioni di calcestruzzo, piuttosto ben conservate. Tali verifiche, condotte ipotizzando i sovraccarichi d’esercizio di progetto, hanno dato per la maggior parte esiti negativi, rendendo necessari interventi di consolidamento con aumento delle sezioni dei pilastri e delle solette piene in c.a. e potenziamento delle armature.
Per quanto riguarda le verifiche sismiche, l’attenzione è stata focalizzata sull’interazione strutturale tra le murature originali e i telai in c.a. in caso di eventi sismici rilevanti. La complessità del sistema esaminato ha determinato la scelta di un’analisi dinamica come criterio di indagine, in cui i parametri fondamentali considerati sono stati le masse, le rigidezze e le frequenze proprie delle due differenti strutture, nonché la rigidezza del collegamento. Dai risultati ottenuti si è verificata la compatibilità sismica delle due tipologie strutturali. Si è infatti dimostrato che, sebbene la muratura abbia una rigidezza molto inferiore a quella del telaio, la sua notevole massa fa sì che, per effetto di un sisma, il telaio non alteri in maniera significativa il comportamento meccanico della muratura; viceversa, nonostante la massa  del telaio sia ridotta, la sua elevata rigidezza impedisce alla muratura di modificarne il comportamento.

6. Ipotesi di consolidamento

Gli interventi di consolidamento sono stati volti sostanzialmente ad adeguare le strutture alla normativa vigente (D.M. 20/11/1987 relativo alle “Norme tecniche per la progettazione e collaudo degli edifici in muratura e per il loro consolidamento”), assicurando alle strutture un comportamento scatolare. Sono stati pertanto previsti interventi capaci di conferire adeguata rigidezza ai solai ed efficaci collegamenti con le murature. Ulteriori proposte sono state finalizzate a garantire sicurezza strutturale all’edificio nelle situazioni di mancata verifica, in funzione del progetto di adattamento.


7. Ipotesi di progetto

Il dibattito in merito alla destinazione d’uso di uno dei manufatti più importanti del patrimonio storico della città di Ancona, dura ormai da decenni. Unica nel suo genere per la particolare collocazione, la Mole Vanvitelliana  ha sempre assunto nel tempo funzioni polivalenti. Partendo dall’originario ruolo propulsore allo sviluppo della città, il progetto di riuso pone la prospettiva di rivalutazione del ruolo storico del pentagono vanvitelliano.

L’apertura a ventaglio della città verso il mare e il ruolo di fulcro da sempre rivestito dalla Mole, la colloca non solo fisicamente, ma soprattutto idealmente in un rinnovato rapporto con i Paesi dell’Adriatico, con le diverse etnie e culture. Negli ultimi anni in particolare, si è sentita forte la necessità di un recupero di tali legami, da cui l’idea di fondo dell’intervento: “Un ponte culturale sull’Adriatico”.
Il manufatto della Mole Vanvitelliana rappresenta, date le notevoli dimensioni, un importante contenitore per sviluppare adeguatamente un complesso polifunzionale. I due aspetti fondamentali focalizzati nel progetto sono quello della ricerca e quello artistico-culturale. Il primo in particolare, vista la settorialità dei destinatari, quali ricercatori e ospiti di convegni, è stato pensato negli ambienti del Rivellino. Il secondo verrà invece sviluppato nell’edificio pentagonale. All’interno saranno previste sale destinate a musei permanenti, nello specifico il Museo Civico di Ancona e il Museo Tattile Statale Omero, e spazi per esposizioni temporanee, con particolare attenzione alla promozione di realtà artistiche in linea con le finalità cui il complesso è destinato.
Il polo culturale ospiterà anche un teatro sperimentale, sale conferenze, aule per la didattica e laboratori di restauro. Il centro sarà inoltre supportato da un apparato amministrativo e gestionale e completato da spazi per l’accoglienza dei fruitori e di sosta-ristoro.
Il progetto di adattamento prevede una serie di adeguamenti alla normativa, specie riferiti alla piena accessibilità del manufatto. L’abbattimento delle barriere architettoniche per i collegamenti orizzontali e verticali, garantirà la totale fruibilità degli ambienti pubblici, senza alterare le strutture originali. Ulteriori scelte progettuali hanno riguardato la sezione impiantistica, relativamente alla climatizzazione degli ambienti interni. Sono state pertanto previste differenti modalità di trattamento dell’aria, in funzione della diversa destinazione d’uso dei vari locali, nonché i vani tecnici preposti ad ospitare le centrali e quelli per la distribuzione dei fluidi. Infine sono stati effettuati approfondimenti di carattere illuminotecnico verificando, per situazioni-campione, la scelta di diversi apparecchi illuminanti rispondenti alle differenti esigenze.

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Profilo

Beccacece Silvia

Dopo aver conseguito la Laurea Magistrale in Architettura presso l’Università degli Studi di Firenze con la valutazione di 110/110 e lode e aver ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione di architetto, si è iscritta al Master di II livello presso l’Università IUAV di Venezia in “Pianificazione urbana e territoriale dei Paesi in via di Sviluppo”, ottenendo il titolo nel marzo 2008. Da allora lavora nel campo della Cooperazione Internazionale allo sviluppo e attualmente coordina, con il ruolo di Project Manager, progetti di Water and Sanitation in aree rurali del Nepal per una ONG italiana (ASIA Onlus).
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