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(titolo, relatore, laureando)

Il Tempio Malatestiano misure e proporzioni
Relatore: Prof. Arch. G. Cruciani Fabozzi
Correlatore/i: Prof. Arch. G. Petrini
Laureando/i: Stefania Calesini, Noris Vasini
Anno accademico: 1987/1988
Premessa
Nella “confusione” di una parziale isola pedonale nel centro di una città come Rimini, è strano, passando davanti al Tempio Malatestiano, non fermarsi almeno un attimo: il bianco della pietra d’Istria e la musica dell’architettura albertiana sono la pausa, il respiro, il fascino, l’interrogativo. Per chi poi ha un rapporto quasi quotidiano con questo oggetto, e si trova a studiare -a vivere- le ragioni, i problemi, gli aspetti dell’architettura come arte e pratica, come anima e corpo, risulta  quasi impossibile non interessarsene, con umiltà, curiosità, e affetto.
La complessità e l’incompiutezza dell’opera offrono numerosi argomenti di ricerca. Il lavoro della tesi si è svolto in due direzioni: l’una, il rilievo della struttura, eseguito manualmente, con l’aiuto della fotografia e con strumenti topografici; l’altra, la ricerca bibliografica sulla storia e sugli studi riguardanti l’edificio; direzioni poi riunite nella verifica, con le “misure” rilevate, di alcune delle “proportioni” attribuite all’opera albertiana.

Note storiche
Su parte dell’area dove ora sorge il Tempio Malatestiano esisteva nell’ XI secolo la chiesa di S.Maria in Trivio, della quale si conosce molto poco: ad essa sono attribuibili alcuni resti di fondazione rinvenuti nel 1895 e nel 1977.
Nel XIII secolo nel luogo di S.Maria in Trivio venne elevata la chiesa di S. Francesco, a navata unica terminante con tre cappelle frontali -affrescate da Giotto- con annessi, sul lato sinistro, il chiostro e gli ambienti conventuali. Ad essa nel corso del XIV secolo vennero aggiunte alcune cappelle sepolcrali, almeno cinque secondo i documenti rinvenuti, ma di solo due di esse si conosce l’ubicazione: una, coincidente con l’attuale cappella di S.Girolamo, probabilmente fatta erigere da Malatesta Ungaro nel 1372; l’altra, adiacente ad essa, meno profonda, fatta erigere da Leontino da Rimini verso la fine del XIV secolo.
Nella chiesa francescana, nel 1447, Sigismondo Malatesta iniziò la costruzione di una cappella per la propria sepoltura, dedicata a S.Sigismondo; poco dopo venne deciso l’ampliamento di una cappella già esistente (quella di Leontino da Rimini), per dedicarla a Isotta. Nel 1450 i lavori murari alle cappelle di Sigismondo, di Isotta e della cella intermedia erano terminati (nel 1451 Piero della Francesca terminò l’affresco che rappresenta il Malatesta inginocchiato davanti a S.Sigismondo), ma in questo stesso anno il signore di Rimini decise la riforma totale della chiesa duecentesca: fu a questo punto che intervenne Leon Battista Alberti. Esecutore in loco del progetto albertiano fu Matteo de’ Pasti, che fu aiutato, dal 1452, da Matteo Nuti.
I lavori al “Tempio Malatestiano” procedettero per dieci anni: alla fine del 1454 all’esterno i lavori erano arrivati alla realizzazione dello stilobate, mentre all’interno erano terminati i lavori murari delle cappelle di sinistra: si posavano i marmi (Agostino di Duccio, l’autore delle decorazioni interne, lasciò Rimini nel 1457), e si cominciava a pensare al tetto.
Nel 1461 i frati vendettero una casa per costruire il tetto della chiesa: il declino di Sigismondo era già iniziato, e i lavori al Tempio erano già stati interrotti.
Sigismondo morì nel 1468. Entro la fine del secolo furono probabilmente costruite da parte degli eredi di Sigismondo altre due cappelle, una per lato, in corrispondenza degli attuali ingressi laterali.
Nei primi anni del 1500 vennero costruiti dai francescani il campanile e l’abside, terminante con cinque cappelle coperte a crociera. Nel 1708 quest’ultima fu completamente demolita e ricostruita in forme analoghe a quella odierna.
All’interno del Tempio, a partire dal XVI secolo fino al 1939, furono effettuati disinvolti interventi di “restauro”, riguardanti le decorazioni scultoree, le finestre, i pavimenti. Come è noto, i bombardamenti degli anni 1943-’44 provocarono danni gravissimi all’edificio: furono distrutti l’abside e il tetto, lesionate le strutture interne ed il paramento albertiano, tanto che fu necessario, per l’esterno, lo smontaggio e rimontaggio del fronte e di metà dei fianchi. Le distruzioni belliche e la conseguente operazione di restauro permisero di scoprire aspetti importanti per la comprensione della storia dell’edificio e del progetto albertiano, quali la scoperta dei due archi acuti delle cappelle fatte costruire dagli eredi di Sigismondo nel tardo ‘400, e l’antico rosone della chiesa di S.Francesco, rispetto al quale l’asse del Tempio risultò essere traslato di 52 cm verso sinistra.

Il progetto albertiano
Documenti essenziali per la comprensione del progetto albertiano sono l’unica lettera rimasta per mano dell’Alberti indirizzata a Matteo de Pasti (18 novembre 1454), la lettera firmata da Matteo de Pasti e Pietro de Gennari indirizzata a Sigismondo Malatesta (17 dicembre 1454) e la lettera di Matteo Nuti a Sigismondo (22 dicembre 1454). Insieme a questi documenti scritti, fondamentali sono la medaglia celebrativa di Matteo de Pasti, coniata tra il 1450 e il 1454, e le scoperte effettuate durante i restauri postbellici.
Della vecchia chiesa di S.Francesco rimane solo il muro destro (quello in cui si aprono gli archi acuti delle cappelle di Sigismondo e Isotta) e il fronte, nascosto dal rivestimento albertiano. Il muro sinistro di S.Francesco fu demolito e “spostato” verso sinistra di poco più di un metro. La ragione della demolizione e ricostruzione del muro a una distanza così prossima dalla precedente, difficilmente si può giustificare se non con la necessità “albertiana” di proporzionare la pianta dell’edificio francescano al progetto complessivo del “Tempio”, conservando tuttavia le cappelle del lato destro fatte costruire da Sigismondo Malatesta e già terminate. L’intervento dell’Alberti non si limitò, quindi, solo all’esterno, ma interessò tutto l’edificio, investendo le preesistenze medioevali dei “nuovi” significati e valori del Rinascimento.
Il progetto della facciata è molto complesso e sarebbe riduttivo considerarla solo come una superficie in cui sono citati elementi classici, seppur disposti secondo determinate proporzioni. La ricerca dei rapporti proporzionali compositivi del fronte va accompagnata anche dalla considerazione (P.G.Pasini, 1981) che esso può essere visto come un grande bassorilievo prospettico, capace di far intravedere, nella sua compattezza, uno spazio ideale, e contemporaneamente di suggerire i valori della navata interna, vista dall’Alberti come un ombroso “corridoio” che sfociasse in un luminoso spazio cupolato conclusivo. Rispetto alla complessità del fronte, le arcate sui fianchi del Tempio, totalmente indipendenti dalla retrostante muratura, nella loro lineare modularità, appaiono di una armonia semplice e profonda.
Ma come sarebbe sarebbe stato il Tempio Malatestiano, una volta completato?
Se dai documenti in nostro possesso possiamo ricostruire con sufficiente sicurezza il progetto originario del fronte, altrettanto non si pùo dire della parte absidale e della cupola, per le quali anche la lettura della medaglia del Pasti risulta controversa.
Per la facciata il progetto albertiano prevedeva nelle arcate laterali la realizzazione di due nicchie a pianta rettangolare, entro cui collocare due arche sepolcrali. L’Alberti modificò il progetto in corso d’opera per ragioni statiche, proponendo come alternativa la realizzazione di nicchie a pianta semicircolare, tali da non indebolire la retrostante struttura muraria, (il Pasti e il Nuti proposero altrimenti la realizzazione di nicchie sempre a pianta rettangolare ma meno profonde), infine fu costretto a chiuderle totalmente.
Nella parte alta del fronte le alzate laterali erano originariamente previste curve, così come si vedono nella medaglia del Pasti. Anche questo particolare fu modificato dall’Alberti, proponendo le alzate rettilinee, così come sono state realizzate, sostenenti due volute affrontate: di questo particolare esiste un piccolo schizzo nella lettera autografa di Leon Battista Alberti a Matteo de Pasti.
Per quanto riguarda la parte non compiuta, le ipotesi sono diverse: una pianta a croce latina o terminante con una rotonda? E la cupola, a costoloni come quella di Santa Maria del Fiore, o emisferica sul modello del Pantheon, e quanto alta?
Le ipotesi originali più interessanti sulla pianta del Tempio, (L. Ragghianti, 1965; F. Borsi, 1973; A. Bacchiani, 1987) dovrebbero essere confrontate col rilievo effettuato e con un rilievo delle fondazioni rinvenute nel 1895: la discussione sul completamento dell’opera albertiana rimane dunque aperta.

Conclusioni
L’armonia espressa dall’architettura albertiana può far pensare ad una corrispondente semplicità degli schemi progettuali che ne sono alla base. Se è abbastanza immediata una lettura su cadenza monomodulare dei fianchi, basati prevalentemente sul rapporto delle arcate e dei pilastri, non lo è altrettanto della facciata, in cui non è possibile riconoscere solamente un modulo per lo schema compositivo.
In base ai rilievi effettuati, è stata svolta una verifica di alcuni dei rapporti proporzionali indagati fino ad allora (1988), con particolare attenzione ai rapporti analizzati dall’arch. Petrini (1987), i quali risultano verificati: fra i suoi risultati c’è il riconoscimento di un “modulo” -pari al semipilastro- nella “composizione” orizzontale della parte laterale del fronte. Sulle orme del lavoro di Petrini, abbiamo poi elaborato il calcolo di altri rapporti proporzionali, riconoscendo l’esistenza dello stesso “modulo” anche per la composizione verticale.
Nella lettera che Leon Battista Alberti scrive a Matteo de’ Pasti il 18 novembre 1454, l’architetto ricorda al destinatario l’importanza delle “misure et proportioni” fissate per i pilastri. La mancata corrispondenza tra il progetto del “Tempio” e la preesistente struttura doveva causare qualche disagio non solo all’Alberti, ma anche al Pasti, seppur con motivazioni diverse. Riguardo ai pilastri del fianco, le preoccupazioni del Pasti dovevano riferirsi alla posizione dei pilastri rispetto alle retrostanti finestre, che venivano (o sarebbero venute) a volte oscurate dalla struttura esterna, mentre l’Alberti si riferiva al mantenimento di una serie di rapporti proporzionali: “ciò che tu muti, si discorda tutta quella musica”.
Sui fianchi il rapporto tra la larghezza dei pilastri e la luce degli archi è di 1:2, mentre i pilastri terminali hanno una larghezza “doppia”, pari alla luce degli archi. I pilastri a risvolto della facciata escono da questo schema modulare, e risultano “accorciati”: è molto probabile che l’”accorciamento” sia dovuto alla ricerca (da parte del Pasti?) di una posizione ottimale dei pilastri rispetto alle finestre delle cappelle, specialmente sul fianco destro, dove non si è voluto oscurare troppo la prima finestra, appartenente alla cappella “più importante”, quella di S.Sigismondo. La misura realizzata sarebbe il frutto di una “mediazione” pastiana: un ulteriore diminuzione della misura del pilastro avrebbe troppo compromesso il tessuto modulare albertiano; il mantenimento della misura ideale avrebbe troppo nascosto la prima finestra ed avrebbe causato ulteriore sovrapposizione nelle altre.
Attraverso il rilievo è stata verificata la “posizione ottimale” dei pilastri rispetto alle finestre: è quella che permette la minore sovrapposizione.

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