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(titolo, relatore, laureando)

Censimento dei ponti allo stato di rudere nella provincia di Rimini e nel territorio circostante con studio e rilievo del ponte antico in località San Vito
Relatore: Prof. Arch. L. Marino
Correlatore/i: Arch. Elena De Cecco
Laureando/i: Stefano Ronci Andrea Trebbi
Anno accademico: 1998/1999

Premessa

L’idea di un censimento è nata dal desiderio di ricostruire una mappatura attendibile dei ponti allo stato di rudere presenti sul territorio riminese. Attraverso uno studio comparato tra cartografia storica, riferimenti bibliografici, ricerca d’archivio e ripetuti sopraluoghi si è arrivati a definire una mappa comprendente dieci ponti, distribuiti su tutta la provincia di Rimini e nelle immediate circostanze, che coprono un periodo storico di circa due millenni: dai ponti romani presenti sull’antico tracciato delle vie Flaminia ed Emilia, a quelli ferroviari della prima metà di questo secolo. Ogni ponte è stato quindi schedato attraverso la precisa definizione della propria collocazione sul territorio (utilizzando i rilievi dell’I.G.M in sc.1:25.000 e le carte regionali sc.1:5.000 o catastali), il rilievo fotografico e alcune note storiche. Sono stati fatti infine alcuni grafici comparativi per evidenziare le diverse cause dello stato di abbandono in cui i ponti si trovano e le differenti datazioni. Riteniamo che questa prima parte possa fornire una buona base per approfondimenti e studi di vario tipo: urbanistici, architettonici, storici (si segnala in particolare la problematica riguardante i ponti e il fiume in località Ponte-Verucchio, e gli interessanti ponti della linea ferroviaria Rimini-Novafeltria). Tra i ponti censiti vi è anche il ponte di S.Vito, unico esempio fra questi di ponte in muratura con conci in pietra. .

 

Note storiche

Nel territorio riminese, in prossimità dell’antica pieve di San Vito, subito a ridosso della statale Emilia, riposano, felici nel loro fortunato abbandono, le vestigia di un vecchio ponte. Se gli storici sono concordi riguardo al passaggio in questa zona  in epoca Augustea di un tratto della via Emilia , teorie confermate e supportate dal ritrovamento di un grosso cippo miliare, non altrettanto chiare e concordanti risultano le teorie circa la datazione del ponte .  

 Scrive nel 1942 Achille Mansuelli: “All’età Traianea credo si possa riferire anche un secondo ponte sull’Uso, a struttura laterizia”. Di diverso avviso il Gizdulich (1962).: “Trattasi di un ponte medievale costruito sui ruderi di quello preesistente romano. Anzi alcuni blocchi di quest’ultimo sono stati utilizzati come conci di ghiera del ponte medievale”. Più’ cauto Giovanni Rimondini (1988): “L’ipotesi che si propone è quindi che l’attuale ponte sia quanto rimane di una struttura in conglomerato laterizio di epoca malatestiana. In tale struttura risultano riutilizzati i materiali lapidei di un ponte romano di pietra di epoca da determinarsi”. Scrive sempre a proposito delle problematiche riguardanti la datazione del ponte Antonio Veggiani nel 1988: “Un altro punto fisso sull’Uso è dato dal ponte di S.Vito. Anche se le strutture di tale ponte sono state variamente datate è certo comunque che in età augustea un ramo della via Emilia si distaccava da S.Giustina e sorpassava l’Uso proprio su questo ponte”. In ultimo si riporta quanto scritto dal Galliazzo nel 1995:

“Ricostruito in età rinascimentale……è stata proposta una ricostruzione ai tempi di Traiano ma mancano elementi sicuri di giudizio”.

 

Analisi dei materiali e delle tecniche costruttive

Del ponte oggi , a causa degli alluvionamenti delle epoche passate, rimangono integre soltanto l’arcata di testa con spalla e parte, fino alle reni, di quella contigua, “ed ora….. i suoi piloni sono ricoperti da oltre tre metri di depositi ghiaiosi” (A.Veggiani, 1986). Il ponte è in muratura, con mattoni che misurano 25,5-26-28-29 cm di lunghezza, 11-12-13 cm di larghezza e 5,5-6-7 cm di spessore, misure simili a quelle delle mura malatestiane di Rimini, e riconducibili perciò a tale epoca. Osservando i filari di mattoni si nota che ogni 2-3-4-5 serie ve ne sono alcuni maggiormente sporgenti (possono essere filari singoli, doppi, tripli), testimonianza probabile delle diverse fasi di costruzione.

Non è possibile stabilire con certezza il tipo di fondazione, che pero’ si suppone diretta e a platea, come nel vicino ponte di Savignano, preso come termine di paragone in quanto presenta forti analogie con quello che doveva essere in origine il ponte di S. Vito: infatti è presente nell’intradosso dell’arcata intera , lato levante, un concio lapideo in marmo rosso di Verona ( o “breccia de’ nostri appennini”-Tonini, 1848) con in facciavista il foro rettangolare dell’olivella: elementi simili per materiale e fattura costituivano la platea di fondazione del ponte di Savignano che poggiava, sia per le spalle che per le pile, su una platea di blocchi di pietra squadrati di forma parallelepipeda di diverse misure collegati tra loro in superficie mediante staffe di ferro con spessori variabili dai 30 ai 48 cm. Nell’intradosso dell’arcata lato levante vi sono delle cavità d’appoggio quadrangolari per l’alloggiamento delle estremità delle travi lignee che costituivano la centina per la costruzione dell’arcata, accompagnate da cornici e mensole litiche. Nel lato di ponente invece non sono presenti incassi: è ipotizzabile che essi siano stati chiusi in epoca malatestiana o che la centina poggiasse su apposite mensole.

Come concio d’imposta dell’arcata rimasta integra, sul lato meridionale, è stato posto un elemento in pietra d’Istria che sporge dal filo del paramento murario di circa 12 cm di cui si può supporre l’utilizzo come mensola d’appoggio per la centina, come nel ponte di Savignano, dove prima della distruzione del 1944 le pile presentavano un filare di conci disposti di testa, quindi perpendicolarmente rispetto agli altri blocchi, dello spessore di circa 0.60 m che formavano una sporgenza aggettante di circa 0.30 m rispetto al filo dell'ultimo filare orizzontale che serviva da base d'appoggio delle centine necessarie alla costruzione degli archi.

Le pile, di cui oggi è visibile solo la copertura superiore che parte dal cuscino d’imposta, sono a parallelepipedo retto e si suppone di altezza media, cioè da circa 2 m a 6-7 m di altezza; presentano la parte superiore dell’avambecco a forma di diedro triangolare, che sale fino alle reni con un unico corpo, per evitare lo stato morto dell’acqua. Difficile supporre la primitiva forma delle pile, nel ponte di Savignano, costruite secondo la tecnica dell’opus quadratum, erano in pietra d'Istria, con conci di diverse dimensioni disposti di taglio; avevano rostri frangiflutti solo nella parte a monte, a forma di diedro acuto.

Le arcate oggi hanno appoggi indipendenti e staccati: di conseguenza l’aspetto dei timpani e dei loro muri di testa è di forma triangolare con apice tronco all’ingiù (a pennacchio); la volta si presenta formata da tre file sovrapposte di mattoni posti a coltello, con interposti dei conci in pietra d’Istria del primitivo ponte romano: per pareggiare le differenti altezze dei cunei lapidei, disposti radialmente ma di misura irregolare, sono stati messi in opera mattoni a coltello fino al livello dei cunei più alti coperti, secondo l’uso del ‘300 e ‘400, da filari di mattoni distesi che completano il filo della ghiera. La presenza di tali conci fa supporre che il ponte fosse originariamente costruito in opus quadratum come il vicino ponte di Savignano. I cunei del ponte di S. Vito misurano 40-52 cm di altezza, 90 cm di lunghezza ed uno spesore di 50-84 cm con le superfici lavorate a martellina. 

I conci delle ghiere e dei sottarchi dovevano essere legati fra loro da grappe di ferro fissate alle estremità con piombo a rifiuto, tecnica già adottata sia per la platea che, probabilmente, per le pile; inoltre in quasi tutti i conci doveva esserci il foro rettangolare dell’olivella. Anche i conci dei timpani dovevano essere in pietra d'Istria, legati fra loro con la stessa tecnica di fissaggio, e posizionati mediante l’olivella, come ci testimoniano due blocchi lapidei che presentano in facciavista tale foro, inequivocabile testimonianza del fatto che i due blocchi non si trovano nella sede originaria, dato che i due fori non sarebbero serviti per il loro posizionamento, ma che sono stati inseriti nella muratura durante la ricostruzione del ponte avvenuta presumibilmente in epoca malatestiana.

Il rapporto tra lo spessore della pila e la luce dell’arcata  è di 1/3; nel ponte di Savignano tale rapporto e’ di 1 / 2,6 (le luci delle arcate misuravano in media 6,20 m. e le pile erano larghe 2,38 m.): il Galliazzo invece osserva che nei ponti repubblicani più rappresentativi del II secolo a.C. e della prima metà del I secolo a.C., tale rapporto è di circa 1 / 2,5, come ad esempio nel Ponte Emilio, nel Ponte Milvio, nel Ponte-Viadotto di Nona.

Con l’età Augustea alcuni ponti assumono anche la valenza di monumenti, e quindi l’aspetto plastico e celebrativo finisce per prevalere su quello funzionale, riducendo notevolmente il rapporto spessore pila-luce arcata: esempio ne è il Ponte di Tiberio a Rimini in cui il suddetto rapporto arriva a 1 / 2.

Del manto stradale si conserva parte della massicciata, composta da pietrame e mattoni in cotto misti a malta più o meno curata e nella parte centrale vi sono, ben visibili, delle rotaie o solchi (impressae orbitae): e’ da notare che queste tracce sono evidenti nei punti in cui si concentrano gli elementi in laterizio. L’analisi delle caratteristiche tecniche e formali e il confronto con il vicino ponte di Savignano ci porta a formulare l’ipotesi che l’età più’ probabile di costruzione del ponte di San Vito sia quella tardo repubblicana o tutt’al più’ risalga all’epoca del riattamento augusteo della via Emilia, nei primi anni dell’impero. 

 

Conclusioni

Lo stato di conservazione generale e’ discreto. Il manufatto presenta comunque diverse parti mancanti , conseguenza delle razzie della pregiata pietra d’Istria compiute in epoca passata. In tali zone e’ ora presente uno strato di malta cementizia dovuta ai restauri. In alcuni punti essa e’ soggetta ad erosione concentrata per corrosione ( cause chimiche e biologiche). Evidenti in tutto il manufatto sono anche varie macchie, attribuibili all’umidita’ di risalita e di infiltrazione. Localizzate invece sono le croste nere, nel retrobecco, e i licheni neri nell’intradosso dell’arcata e nel piano di calpestio; quest’ultimo e’ inoltre interessato dalla presenza di vegetazione infestante, causa di diffusi fenomeni di disgregazione. In ultimo si notano, distribuite su diverse parti della muratura, delle efflorescenze dovute al solfato di calcio. Per quanto riguarda gli interventi conservativi, riteniamo dovrebbero essere “minimi” per non intaccare la muratura con i prodotti utilizzati per il restauro, considerando anche il fatto che questa non presenta particolari problematiche e che tra l’altro ha già’ dato ampia dimostrazione di sapersi ben conservare anche senza l’intervento dell’uomo. Si ritiene comunque opportuna la rimozione della vegetazione infestante, nonché’ la pulizia degli elementi lapidei e della muratura e il consolidamento, con micro stuccature, delle parti decoese.

 

 


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